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Cammino sinodale: tre atteggiamenti per mettersi in gioco

Il 17 ottobre scorso, in tutte le diocesi del mondo si è aperto il cammino di consultazione sinodale che si concluderà con il Sinodo dei Vescovi sulla Sinodalità, in ottobre dell’anno prossimo.

La comunità religiosa in cui vivo, qui a Manila, ha deciso di prendere la sinodalità come tema per le giornate di formazione permanente che programmiamo regolarmente. L’altro giorno abbiamo avuto il ritiro comunitario mensile e il confratello incaricato di organizzarlo ha presentato alla nostra riflessione l’omelia che Papa Francesco ha pronunciato il 10 ottobre 2021 durante la Santa Messa di apertura per il cammino sinodale, insieme a tre domande: quanto è importante incontrare gli altri dove sono e come sono?; preferiamo parlare o ascoltare (e, quando lo facciamo, diamo tempo all’ascolto)?; possiamo applicare le dinamiche della sinodalità nella nostra vita quotidiana?

Nella sua omelia, riflettendo sul passo evangelico del giovane ricco, il Papa suggerisce tre atteggiamenti che contraddistinguono questo cammino sinodale: l’incontro, l’ascolto e il discernimento.

Incontrare. Nella società moderna – in alcune culture più che in altre – la cosa che definisce una relazione è il tempo. Molto spesso, trovare il tempo per un incontro è il “problema” principale, al punto che il più delle volte bisogna fissare un appuntamento per essere sicuri di poter essere disponibili per l’altro, per mettersi in ascolto di quella persona. Così capita che se qualcuno viene a parlarci all’improvviso possiamo sentirci infastiditi o, se siamo noi ad andare a parlare con qualcuno senza preavviso, è il nostro interlocutore che può sentirsi disturbato. Cristianamente parlando, fare il primo passo e andare io dall’altro è una cosa auspicabile. Devo lasciare la mia “zona di sicurezza”, uscire da me stesso, espormi e quindi, in qualche modo, essere preparato all’incontro: ma se, poi, la persona che voglio vedere non c’è, oppure è occupata?

C’è poi la questione del dove ci s’incontra. Dove l’altro si trova, non è solo una questione di luogo, ma anche una questione esistenziale, cioè dove l’altra persona si trova nella sua capacità di percepire la realtà (è, infatti, probabile che una persona con un livello di educazione diverso dal mio non veda le cose allo stesso modo…).

Anche il come incontrare l’altro ha la sua importanza, per cui bisogna imparare a considerare le differenze di stato sociale: per andare a parlare con una persona che vive in una zona disagiata (una baraccopoli, ad esempio), devo mettere in conto che il “profumo” del luogo non sarà l’“aria pura” che sono abituato a respirare a casa mia. Questo mi obbliga a evitare pregiudizi, stereotipi e idee preconcette.

Quindi, l’incontrare gli altri dove e come sono non solo è importante, ma è essenziale!

Il fatto è che gli incontri “genuini” – quelli che ci toccano nel profondo – sono rari anche nelle nostre famiglie: magari si riesce ad averne qualcuno durante le vacanze, quando non ci sono problemi di tempo o impegni.

Ascoltare. È probabilmente la cosa più difficile da fare, e ascoltare con il cuore è un vero servizio carità. Personalmente, ascoltare mi viene più facile che parlare, ma ascoltare con attenzione, con il cuore, non è certo facile. A volte mi accade che mentre ascolto l’altro, penso già alla conclusione di quello che questa persona sta dicendo, convinto che lei/lui seguirà lo stesso tipo di ragionamento che farei io. Se, però, poi non lo fa, mi trovo spiazzato e devo cercare di recuperare quello che lui/lei ha detto per capire il senso del discorso. 

In definitiva l’ascolto è un vero sforzo di concentrazione, sempre abbinato all’attenzione a evitare pregiudizi e stereotipi. È di sicuro stancante, ma la mia preferenza è per l’ascolto rimane, anche se mi rendo conto di essere ancora un ascoltatore “alle prime armi”.

Discernere. Discernere insieme dovrebbe essere lo scopo degli incontri che facciamo, soprattutto in ambiente religioso, parrocchiale o familiare. Sfortunatamente, il più delle volte il risultato è una scelta “democratica”, nel senso che le decisioni vengono prese secondo il pensiero della maggioranza piuttosto che secondo il consenso di tutti. A mio avviso, il consenso dovrebbe essere la cosa a cui puntare: dialogare su un dato argomento fino a che tutti siamo coscienti e convinti che l’opzione scelta è la soluzione migliore per la situazione che stiamo vivendo. Ma questo richiede tempo, e sembra che oggigiorno non abbiamo molto tempo per i nostri amici, per i nostri famigliari, per vivere insieme in armonia. Tutto il nostro tempo è occupato dal lavoro e dagli impegni: il dialogo fraterno, “genuino”, viene sempre lasciato per “dopo”.

Il Papa ci dice anche che il sinodo è un processo di discernimento spirituale che si svolge a partire dall’adorazione, dalla preghiera, e dal dialogo con la Parola di Dio. Questo significa che le nostre decisioni dovrebbero essere basate su queste tre cose. Ricordo che una ventina d’anni fa, nel nostro Istituto fu fatta la proposta di applicare questa metodologia nei nostri incontri di discernimento. Ci fu quindi un’occasione in cui la discussione comunitaria di alcuni argomenti fu divisa in tre parti: 1) la presentazione del tema con un primo “giro” di opinioni; 2) un periodo di preghiera personale; 3) la riunione plenaria per la discussione e la decisione. Il primo giorno furono esaminati un certo numero di argomenti ma già al secondo giorno questa metodologia fu abbandonata perché ci si rese conto che pregare su situazioni concrete prima di prendere una decisione non solo è impegnativo, ma soprattutto richiede tempo, che, come detto sopra, sembra essere una risorsa troppo limitata per essere “sprecata” in questo modo. 

Ne consegue che la dinamica sinodale può, sì, essere applicata alla nostra vita, ma questo comporta impegno personale, scelte condivise dalle persone che formano il gruppo e tempi più lunghi di quanto solitamente siamo abituati a dedicare a certe iniziative. Il successo del cammino proposto alla Chiesa da Papa Francesco dipende dalla volontà di metterci in gioco oppure no. A noi la scelta!

Fratel Fabio Patt, missionario comboniano a Manila (Filippine)
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