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Sul Cammino di San Benedetto, verso la Meta

Lo scorso giugno, al termine di un anno accademico e oratoriano ricco di sfide personali e non, ho iniziato a guardarmi intorno alla ricerca di una proposta estiva che potesse aiutarmi a tenere viva la tensione verso Dio, e a ricentrare sul Signore le ragioni profonde del mio camminare. Di inviti ne ho ricevuti parecchi, ma ad attirare la mia attenzione è stato un nuovo tipo di esperienza, organizzata dalla Pastorale Giovanile della nostra diocesi: il “Cammino di San Benedetto”. Concretamente, si trattava di percorrere a piedi la strada che da Subiaco porta a Montecassino, accompagnati da alcuni sacerdoti e religiose, insieme ad altri ragazzi della mia età, guidati dal Vangelo e dalla figura di San Benedetto. Titolo dell’esperienza: “Nulla anteporre all’Amore di Cristo”.

Mi sembrava di aver trovato quel “gancio in mezzo al cielo” che stavo cercando, perciò, dopo un confronto col mio padre spirituale, memore dell’impressione positiva di alcuni miei amici che avevano partecipato a simili esperienze di pellegrinaggio, ho deciso di lanciarmi e iscrivermi.

Sono stato via dal 9 al 17 di agosto, camminando per 6 giorni consecutivi, e percorrendo dai 17 ai 25 km a tappa. Fare qui una cronistoria di quanto accaduto non sarebbe opportuno (anche semplicemente per questioni di spazio), tuttavia posso provare a riassumere in tre parole qual è stata la mia esperienza.

La mia è stata un’esperienza di CHIESA. 

A camminare eravamo in 16, provenienti da varie parti della nostra diocesi e non (Lecco, Varese, Brianza, Miano, Crema). Durante il tragitto abbiamo avuto la fortuna di incontrare diversi testimoni: dall’abate Donato di Montecassino, al signor Antonio che ci ha offerto l’acqua lungo la via, dal monaco Fabrizio di Subiaco, a un altro gruppo di pellegrini (un po’ più attempati di noi) con cui abbiamo condiviso dei tratti di strada. Tutte persone che mi han fatto rendere conto che la Chiesa è bella, anche se talvolta ne vediamo solo i difetti, e che il Signore lavora nella vita di tanti, generando frutti di vita buona. 

La mia è stata un’esperienza di FATICA.

C’è stato chi mi ha chiesto: “Ma scusa, vai in vacanza per far fatica?”. Sarò sincero, non è stata un’esperienza “comoda”, e ci sono stati momenti in cui, sotto il sole implacabile, con lo zaino che premeva sulle clavicole, e il sudore che scorreva lungo la schiena, mi sono chiesto: “Ma chi me l’ha fatto fare?”». Da questa domanda nasceva però un pensiero: “Non ‘perché’ lo sto facendo, ma per ‘Chi’”. La fatica, insomma, mi ha aiutato a tenere viva la tensione verso la Meta, ricordandomi che non stavo camminando per andare a visitare tanti bei posti, ma per fare esperienza di Dio.

La mia è stata un’esperienza di PAROLA.

Abbiamo percorso alcuni tratti di strada in silenzio, e, se da una parte c’era il rischio di vivere quei momenti come un peso insostenibile, dall’altra sono stati l’occasione per “sturare” l’orecchio interiore e mettersi in ascolto della voce di Dio: ho ripensato a quanto il Signore mi stava dicendo, non solo in quei giorni, ma anche nell’intero anno che è passato, riscoprendo così che a dar senso al mio cammino non è la velocità del passo, o l’assenza di problemi, ma la Meta che ho davanti, e che, infine, quanto più la strada è faticosa, tanto più diventa importante trovare il proprio fondamento in Dio.

Emanuele Lietti
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