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La ferita e la luce: riflessioni con l’artista Marie Michèle Poncet

La visione de Il Testamento di Tiberine ha suscitato alcune vivaci discussioni tra me e Marie Michèle Poncet, artista parigina, scultrice e pittrice, che ha accettato di condividere alcune riflessioni con i lettori del nostro Bollettino parrocchiale. Il Testamento è un documentario che racconta la drammatica vicenda dei sette monaci trappisti uccisi nel febbraio del 1996 in Algeria, un paese travolto dal terrorismo, che non vollero lasciare la comunità in cui vivevano, considerando le loro vite come “già donate”. I monaci furono portati via con la forza dal loro monastero arrampicato sul monte che era diventato luogo spirituale per eccellenza, non solo per i cristiani, ma anche per i musulmani, grazie agli incontri del Ribât es-Salâm, fondamentale esperienza di dialogo e amicizia interreligiosa. Il testamento di fratel Christian, priore del monastero, è diventato una delle pagine spirituali più note del ventesimo secolo. Così scriveva: “Se capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. (…) E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!”. Nel documentario i monaci vengono paragonati a degli alberi che silenziosi, rimanendo piantati, purificano l’aria senza spostarsi.  

Marie Michèle Poncet

Cosa significa per te, Marie Michèle, questa immagine dell’albero che rimanendo piantato purifica l’aria?

Il fatto di purificare l’aria, come un filtro, è un’aspirazione e un desiderio di semplicità. Non so se io purifico l’aria o piuttosto non l’inquino, pensando al mio atelier, dove c’è molto disordine. La vita crea disordine e per creare un’opera si genera disordine. Io amo rimettere in ordine, ricominciare a lavorare dopo il ribaltamento della creazione artistica. Sono stata molto colpita dalla semplicità dei monaci di Tiberine, il loro uso del tempo, il lavoro nei campi, come erano davvero inseriti nella vita nel paese in cui erano, nel loro villaggio. Si prodigavano chi come medico, chi lavorando la terra, chi vendendo i prodotti al mercato, in un contesto di guerra e di terrore. Oggi pensando al Covid, credo che ci siano delle violenze che siano molto peggio di questa epidemia. Ci sono paesi, come l’Afganistan, in guerra, dove c’è una distruzione totale della vita e di tutto ciò che “purifica l’aria”.

Nel tuo atelier conservi il dipinto La Blessure (la ferita), che mostra un paesaggio notturno attraversato da una luce dorata luminosissima. Cosa significa per te?

Per risponderti ti faccio vedere una foto molto vecchia del 16 Marzo 2006 che ho ritagliato dal quotidiano Liberation e che ho appeso in studio per averla sempre davanti a me.

Siamo in Iraq e dei padri portano nelle loro mani delle coperte che nascondono i cadaveri dei loro figlioletti morti. Ci sono delle ferite insanabili, che resteranno per sempre. La morte di mio nipote Thomas in prigione è una ferita che è sempre presente in me. Questa immagine rappresenta tutto ciò che viene dalla notte e ci immerge nell’oscurità delle domande sul perché: “Perché? Perché questo male? Perché la morte?”. Allo stesso tempo abbiamo la promessa che nella vita c’è qualcosa di estremamente prezioso, del regno della luce e che le ferite portano una promessa di fecondità e di qualcosa che in sé porta la luce. Questo dipinto raffigura qualcosa che penetra la vita, la trapassa, ma che allo stesso tempo è prezioso, dorato, perché credo che la vita sia piena di crisi e di ferite trapassate, piccole ferite fatte di incomprensioni con le persone che amiamo e grandi ferite come quelle degli iracheni della foto. 

Un giorno avevi fatto riferimento anche alla raffigurazione di Cristo sul portico di Santiago di Compostela, spiegandomi il quadro

Sì, dicevo che nel 2010, spiegando una mostra sul Portico della Gloria della basilica di Santiago al Meeting di Rimini, ero rimasta molto colpita dall’immagine del Cristo che presenta le sue ferite ai pellegrini. È straordinario: l’arrivo dei pellegrini alla fine del Cammino è accolto dalle ferite di Cristo! È nelle Sue piaghe che essi possono deporre le loro ferite. “Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero”: sono le ferite della Passione di Cristo che Lui ha attraversato per liberarci.

Recentemente hai terminato molti cantieri, tra cui quello di Vincennes, un sobborgo di Parigi, dove circa 150 persone, credenti e non credenti, hanno realizzato delle vetrate straordinarie e luminosissime per la chiesa parrocchiale, sulla base dei tuoi disegni.

È stata un’esperienza molto bella e preziosa. Non è stata soltanto solo un’opera collettiva, ma molto di più: è stato un fare insieme, dove ognuno era indispensabile, da chi faceva il disegno a chi tagliava il vetro e questo è stata l’aspetto più significativo di questa esperienza. Le persone erano contente di lavorare per il cantiere delle vetrate. Siamo in un contesto in cui domina il “tutto subito” e viviamo tutto in un modo molto consumistico, seguendo la moda dell’usa e getta. A Vincennes, invece, ci abbiamo messo 5 anni per vedere l’opera completata e questa è stata una gioia incredibile. Fare delle vetrate esige un lavoro rigoroso, molto arido che richiede anni di lavoro e un saper attendere. Poter condividere la gioia con le persone che han lavorato con me è stato per me il regalo più grande. La gente ama mostrare agli amici il dettaglio realizzato, o spiega il lavoro fatto perché ha partecipato alla costruzione della “sua” chiesa. È stata una grande esperienza di solidarietà, di gratuità, di comunione.

Grazie Marie Michèle da parte mia e della parrocchia di Santa Maria Assunta in Turro

Grazie a voi!

Caterina Allais
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