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Lampedusa, tra migranti e speranza

Il racconto della testimonianza di piccola sorella Franca Littarru

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Sabato 26 settembre, dopo la messa, ci siamo riuniti per ascoltare la testimonianza della piccola sorella Franca Littarru. L’avevamo già conosciuta quando venne a raccontarci l’esperienza di vita missionaria in Algeria, dove era rimasta dal 1973 al 2017, e la vicenda dei monaci di Tiberine che aveva incontrato in quel periodo. Questa volta il suo passaggio qui è avvenuto dopo un servizio a Lampedusa.

Inutile spendere parole sulla situazione dell’isola, la conosciamo bene grazie ai telegiornali. L’incontro però è stato un’occasione per scoprire quella parte di realtà che viene sempre omessa. Si parla spesso di migranti come questione politica, meno come questione umana. Dei migranti possiamo sapere i dati sulla provenienza, i numeri, l’età media, ma quello che ignoriamo è la loro storia, i loro nomi e i volti, le loro sofferenze e le loro speranze. Il servizio svolto per loro si distingue proprio nel porre l’attenzione su questi aspetti: non basta solo sfamarli, vestirli o curarli ma occorre parlare con loro, cercare una relazione.

I migranti non sono solo persone con bisogni biologici o economici, ma sono uomini come noi. Sono fratelli con diverse o maggiori sofferenze rispetto a noi, con le loro speranze e desideri. Molti scappano perché costretti da situazioni di disagio, povertà, guerre o regimi oppressivi, ma se potessero sarebbero ben felici di restare dove sono nati e cresciuti.

È stato interessante scoprire come sull’isola ci fossero anche alcuni giovani che, pur venendo da regioni con problemi economici meno gravi, avevano scelto di partire per avere una libertà che il regime politico locale negava. Certo, poi non tutti avevano nobili ideali ma è piuttosto normale in un gruppo esteso di persone e non per il loro esser migranti, ma per il loro essere umani.

Noi siamo stati lì ad ascoltare la testimonianza ma, per non lasciare che quelle fossero solo parole di passaggio per le nostre orecchie, abbiamo lasciato che ci provocassero. A Milano è quasi all’ordine del giorno incontrare migranti che chiedono la carità: alcuni di noi passano avanti ignorandoli, altri danno qualcosa, eppure quanti si fermano a chiedere almeno come si chiamano?

Poi siamo tornati ad ascoltare le voci dei migranti attraverso la suora: ecco che abbiamo sentito pianti di dolore e canti di gioia provenire dal gruppo che ha seguito lo stesso viaggio per giungere fino all’isola. Non possiamo scordarci quanti migranti sono morti nel tragitto e quanti sono sopravvissuti ad amici e famigliari (molti persi ancor prima di partire). Enorme è l’amore dato al solo accostarsi a loro, ascoltarne il pianto e la sofferenza, lasciarsene toccare e invitare a sperare ancora, dopo tutto. Anche i più fortunati, che non hanno perso i propri cari, hanno comunque dovuto lasciare tutto per affrontare questo viaggio. Hanno lasciato tutto per inseguire una speranza. Come sperare dopo tutto ciò?

L’altro aspetto toccante della testimonianza di piccola sorella Franca è stato scoprire che alcuni migranti si erano messi a cantare e ballare in festa. Hanno perso molto, probabilmente tutto, ma non la vita. Così festeggiano la vita, che ancora c’è, che ancora permette la speranza: “Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio” (Salmo 42,5). Il futuro per loro resta ancora incerto, molti di noi si disperderebbero, ma è la vita stessa a dar loro ancora speranza, e basta questo.

La suora ha ringraziato anche la comunità di isolani. Buona parte della popolazione di Lampedusa, non si può negare, soffre questa situazione ma presta supporto ai migranti. Gente che per anni ha vissuto grazie al mare, ne conosce bene i pericoli, comprende facilmente l’incubo di molti migranti che hanno rischiato la vita. Allo stesso tempo c’è una parte di popolazione, e di turisti, più ricca che conosce meglio il piacere di un pomeriggio in spiaggia a prendere il sole e ha sviluppato l’indifferenza di chi non vuole vedere. Caso che piccola sorella Franca non ha esitato a paragonare alla parabola del povero Lazzaro e il ricco epulone (Lc 16,19-31).

La testimonianza si è conclusa con un invito che qui rinnovo, ovvero leggere il messaggio del Papa per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato (27 settembre 2020). Papa Francesco ricorda la fuga in Egitto della Sacra Famiglia per scappare da Erode, non molto diversa dalla storia di molti profughi, per poi richiamare all’opportunità d’incontro con il Signore che si può fare tramite l’accoglienza del fratello migrante.

Al termine, abbiamo chiuso la serata con la preghiera scritta dal Papa a San Giuseppe per i migranti, proprio in riferimento alla fuga in Egitto.

Infine, ci è stato lasciato un dono prezioso e molto particolare: due pezzi di legno raccolti a riva, resti di una di quelle barche che trasportano i migranti, messi insieme a formare una croce. La barca e la croce si fanno un’unica cosa: entrambe raccontano il dolore della morte, entrambe raccontano la speranza di vita. 

Daniele Petriccione
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