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Covid-19: tempo di guerra o tempo di guarigione?

Pubblichiamo un estratto dell’editoriale uscito su “Fen Xiang” (in cinese: Condividere), notiziario dei missionari comboniani a Macao, in Cina

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Il “linguaggio della guerra” è stato abbondantemente usato per descrivere la pandemia causata dal Covid-19. Infatti: il coronavirus è un nemico invisibile che ha “invaso” le nazioni  e deve essere sconfitto; gli operatori sanitari si trovano in prima linea a fronteggiare la battaglia; i governi si sono incontrati in “gabinetti di guerra” virtuali; le nazioni devono dotarsi di una “economia di guerra” per reagire ai problemi finanziari causati dalla pandemia.

Il linguaggio che usiamo modella il modo in cui pensiamo e le scelte che facciamo. Purtroppo, anche se le parole sono spesso inadeguate (a volte anche fuorvianti) nelle loro descrizioni, non possiamo farne a meno perché le metafore sono strumenti che il cervello umano usa per inquadrare nuovi fenomeni (come una pandemia) in qualcosa di più familiare (una guerra). La metafora della guerra è molto efficace nel mantenere vigile la popolazione e richiamare i cittadini all’azione con resilienza e sforzo concordato. L’uso della narrativa della guerra rende più facile ai governi imporre sacrifici e richiedere totale obbedienza per ottenere la vittoria. La guerra giustifica anche la segretezza (se non l’inganno), da parte di chi detiene il potere, in merito al numero reale di vittime e danni sociali.

Certamente ci si sente come se fossimo in guerra. Questo coronavirus è difficile da individuare e si diffonde facilmente perché molti dei contagiati sono asintomatici. Il Covid-19 è un nemico che a volte attacca in modo feroce e direttamente, come nelle case di cura, mentre altre volte adotta una tattica “da guerriglia” presentandosi in luoghi inaspettati e, alle volte, mascherato da semplice influenza. Tuttavia, un virus non ha una propria mente e obbedisce semplicemente a leggi biologiche. Quindi, se manteniamo la metafora della guerra, il Covid-19 deve essere un’arma più che un nemico. Nessuno saprà mai con certezza da dove provenga il Covid-19 a causa della mancanza di trasparenza da parte del governo cinese, che tuttavia ha la responsabilità di aver ritardato l’annuncio dell’epidemia. D’altra parte, dare la colpa degli effetti catastrofici della pandemia unicamente alla Cina è una strategia utile per i governi di tutto il mondo per coprire la loro mancanza di preparazione e la loro incapacità e riluttanza a gestire la crisi. Una cosa è chiara: l’epidemia del Covid-19 ha messo in luce una lotta di potere (sia militare, sia politico ed economico) per un nuovo Ordine Mondiale, il cui risultato modellerà il futuro del pianeta.

I limiti del vocabolario di guerra nel definire la pandemia sono evidenti. Prima di tutto, la narrativa della guerra implica che coloro che sono infetti vengono mandati a combattere, come se la loro sopravvivenza dipendesse dalla loro innata forza di volontà piuttosto che da fattori medici, sociali ed economici ben al di fuori del loro controllo. La metafora della “guerra” può indurre a stigmatizzare coloro che hanno la malattia perché non possono “combatterla”, attribuendo ai malati una specie di colpa implicita. Inoltre, gli operatori sanitari traggono poca consolazione all’essere paragonati a soldati eroici in prima linea: sicuramente preferiscono essere dotati di dispositivi di protezione individuale adeguati e altre forniture mediche che consentano loro di lavorare in modo professionale e sicuro. Potrebbero dover essere pronti a compiere il “sacrificio finale”, ma di solito accettano il rischio senza entusiasmo e si aspettano che i loro “ufficiali comandanti” e capi politici non siano imprudenti con le loro vite. Anche la popolazione non dovrebbe delegare la “lotta” soltanto agli operatori sanitari di professione: durante una pandemia ognuno è chiamato a fare la sua parte per il bene della comunità.

Nello stesso tempo, usando il vocabolario di guerra, i numeri contenuti nei bollettini quotidiani della pandemia (infetti, guariti e morti) sono, sì, al centro dell’attenzione di tutti, ma possono essere fuorvianti. Non dovremmo dimenticare che, mentre i conteggi ufficiali delle vittime tendono a focalizzarsi sui “combattenti”, spesso sono i “civili” a essere le vittime principali, sia per attacchi intenzionali e danni collaterali, sia perché i loro paesi sono stati distrutti da un conflitto prolungato. Quando le persone sono malnutrite e povere, con sistemi sanitari carenti, la malattia insieme alla carestia possono essere più letali dei combattimenti reali. Non fa meraviglia, quindi, che nessuno abbia finora calcolato il vero costo sociale della pandemia.

Inoltre, a differenza delle guerre, che possono essere risolte da negoziati di pace, non ci sono concessioni politiche che possano far placare la pandemia. Non c’è altra scelta che affrontare il Covid-19 meglio che possiamo, come una minaccia universale. In questa fase è meglio allontanarsi dal linguaggio del conflitto e pensare invece in termini di cooperazione su scala globale. Da ultimo, non dimentichiamo che la guerra è accompagnata da abusi di medicinali e dalla sospensione di norme etiche molto diffuse (pensate all’uso nazista di medicinali sui prigionieri per la sperimentazione). Nella ricerca di una cura e di un vaccino, dobbiamo stare in guardia in modo che, nella nostra fretta di “combattere” la malattia, non dimentichiamo i nostri principi etici fondamentali.

Se ci concentriamo principalmente sul “battere” il virus, possiamo perdere di vista la complessità dei fattori che potrebbero aver facilitato la proliferazione del coronavirus, come la deforestazione, la scarsa qualità dell’aria, le città sovrappopolate, la povertà… e la mancanza di trasparenza dei governi. La pandemia dovrebbe aiutare l’umanità a stabilire l’obiettivo di trovare un equilibrio non solo nel mondo naturale ma anche nelle nostre società. Per questo motivo, potrebbero essere necessarie altre narrative, con particolare attenzione all’ecologia, alla giustizia sociale e alla guarigione (sia a livello fisico che spirituale). Ciò che offrono queste altre metafore è la focalizzazione sulle “relazioni invisibili” tra il mondo materiale e la rete di relazioni, credenze, sistemi sociali e conoscenza che sono veramente essenziali per ogni essere umano su questo pianeta. Monsignor Bruno Maria Duffe, segretario del Dicastero Vaticano per la Promozione dello Sviluppo Umano Integrale ha scritto: “Stiamo soltanto cominciando a capire che questa pandemia è nata da virus trova ti in tutti gli organismi viventi con cui condividiamo il creato. Il nostro uso eccessivo delle risorse e lo sfruttamento di esseri umani ci ha messo sulla strada verso la morte. Dobbiamo anche scegliere un nuovo modello di sviluppo che protegga la natura, la terra e le risorse, che ci richieda di lavorare insieme in pace e solidarietà e di prenderci cura dei più vulnerabili, adottando una vita umile a fianco dei poveri. Abbiamo tutti bisogno l’uno dell’altro nel condividere la responsabilità di prenderci cura della Vita preziosa».

Il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto dello stesso Dicastero, ha anche sottolineato che “questa incidenza del virus evidenzia le disparità nelle risorse economiche e nell’uso dei servizi sanitari, come pure in personale qualificato e ricerca scientifica. Di fronte a questa gamma di disuguaglianze, la famiglia umana deve sentirsi e vivere veramente come una famiglia interconnessa e interdipendente. L’incidenza del coronavirus ha dimostrato questo significato globale, avendo inizialmente colpito solo una nazione e diffondendosi poi in ogni parte del globo. Per ogni persona, credente o non-credente, questo è un buon momento per capire il valore della fratellanza, dell’essere inseparabilmente legati l’uno all’altro; un tempo in cui, dal punto di vista della fede, il valore della solidarietà nasce dall’amore di chi si sacrifica per gli altri”.

Tutti questi problemi sono rilevanti, ora più che mai, nel definire il futuro della società e il ruolo che ogni nazione (a partire da quelle più “potenti”) dovrebbe svolgere nel mondo in futuro. Trasparenza, libertà di religione e rispetto per la sacralità di ogni persona e dell’ambiente: questi valori non possono essere sacrificati da nessun paese per amore dell’orgoglio nazionale o del potere egemonico. Il Covid-19 ha dimostrato che l’umanità non può permetterselo!

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