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Una vita sintonizzata con i disegni di Dio

Desiderare che tutto torni “come prima” può non essere la cosa migliore, anche nel nostro modo di essere cristiani.

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Il 21 giugno è cominciata l’estate! Dopo le settimane e i mesi di quarantena, i consulenti medici e le autorità di governo hanno deciso che non è più indispensabile stare chiusi in casa: con le debite precauzioni si può ricominciare a condurre una vita sociale degna di questo nome e, volendo, addirittura andare in vacanza. Finalmente si può tornare alla normalità! O, meglio, alla “nuova normalità” del dopo pandemia.

Tutti si chiedono come sarà la vita d’ora in avanti. Differenze rispetto a solo sei mesi fa ci saranno di sicuro e, personalmente, credo che mascherine, lavaggio delle mani e distanza ci accompagneranno ancora per un po’. Questa, però, non mi sembra la differenza più importante. Probabilmente, la ripresa dell’economia sarà la sfida più grande e la causa più rilevante del “nuovo” che ci troveremo a vivere. Gli esercizi commerciali che ancora non riaprono e le misure per la prevenzione dei licenziamenti sono solo un presagio di quello che potrà accadere. Per fortuna la fantasia e il genio che caratterizzano il popolo italiano permetteranno a molti (sia singoli che famiglie) di re-inventarsi un lavoro e/o uno stile di vita così da poter tornare a godere di una esistenza dignitosa.

Ma se davvero tutto tornerà come prima, credo che avremo sprecato una lezione importante, cioè la pratica di un concetto che sta alla base del nostro essere cristiani: l’amore per il prossimo, concretamente espresso in gesti di carità e solidarietà. Durante i mesi dell’isolamento ci siamo resi conto di quanto sia importante il contatto con gli altri e ogni occasione è stata buona per sentirsi in comunione: corali improvvisate sui balconi, applausi di gruppo dalle finestre, momenti di preghiera accendendo una candela ad una data ora… e quante persone, soprattutto anziani, hanno potuto godere dell’aiuto dei vicini di casa per fare la spesa ogni giorno? Vogliamo davvero tornare al “prima”, a quando non ci si parlava in ascensore o, per la fretta di andare al lavoro, non si salutava il condomino che stava rientrando a casa?

L’altro giorno la liturgia proponeva il brano del vangelo in cui dice: “Gli uccelli del cielo non seminano, né mietono, eppure il Padre celeste li nutre” (Mt 6:25-34), un passo che mi sembra mettere in giusta prospettiva il concetto di “nuova normalità”. In questa pericope Gesù ci dice che Dio ha creato il mondo come un sistema perfettamente funzionante e sufficiente per tutti, dove ciascuno trova il necessario per vivere con serenità e sicurezza. Per questo ci dice: “Se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?” Purtroppo, l’egoismo e l’avidità dell’uomo hanno causato un capovolgimento dei valori, per cui per stare bene non sembra più sufficiente avere il necessario per vivere ma si crede di dover possedere più degli altri, apparire più degli altri, potere più degli altri. La pandemia, per fortuna, ci ha dimostrato che siamo tutti uguali (al virus non interessa né il mio conto in banca né quanto sono famoso), che molte delle cose che possediamo non sono indispensabili per vivere e che, dopotutto, senza di noi la natura sta meglio (l’inquinamento atmosferico è sensibilmente diminuito ed anche in città si può ammirare il cielo con colori non visti da tempo)!

Di conseguenza, mi sembra che desiderare che tutto torni “come prima” non sia proprio la cosa migliore. Non sarebbe meglio, come cristiani, cogliere l’occasione di questa ripresa delle attività per impostare la nostra vita su parametri più in sintonia con il disegno originale di Dio? Perché non fidarsi di più della Parola e affidarsi alla Provvidenza? Gesù stesso ci assicura: “Il Padre vostro celeste sa di cosa avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Dopotutto, non è questo che facevano i primi cristiani “prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo” (Atti 2:42-47)? Certamente non avremo un grosso conto in banca o un armadio con molti più vestiti di quanti riusciamo ad usarne, ma non dovendoci preoccupare di molte cose materiali probabilmente avremo più tempo da dedicare a cose che contano di più del possedere o dell’apparire: spendendo del tempo interessandoci del vicino di casa meno fortunato, del compagno di classe che tutti prendono in giro, del collega di lavoro in difficoltà, contribuiremo alla costruzione del Regno di Dio già qui e adesso e, allo stesso tempo accumulando tesori nel cielo (cfr. Mt 6:20).

Un caro saluto a tutti, con l’augurio di riuscire a non affannarsi per il domani, ma ri-cominciare a vivere da autentici discepoli di Gesù!

fratel Fabio Patt, missionario comboniano a Manila (Filippine)
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