Categorie
Testimonianze

“Siamo al buio, ma se alzi lo sguardo c’è il Signore in croce”

“Anche in corsia, li amò sino alla fine”.
Il racconto di alcuni parrocchiani che lavorano in prima linea nel servizio di cura ai contagiati da Covid-19

Condividi e unisci anche tu

“Nei giorni scorsi ho fatto uno striscione. Ho scritto ‘Abbracciaci’ tutti: chi sta bene, gli ammalati, i morti. Signore abbracciaci tutti”. Anna (nome di fantasia) è stanca mentre la intervisto, una domenica al telefono; viene da settimane estenuanti in corsia al San Paolo, dove lavora come infermiera in un reparto – malattie infettive – diventato una subintensiva pneumologica Covid. Sa che la situazione è grave e la fine è ancora lontana. Oltre che operatrice sanitaria in trincea e mamma di tre figli di 19, 17 e 15 anni, è anche una parrocchiana di Turro, ed è per questo doppio “ruolo” che abbiamo deciso di raccogliere qui il suo racconto e le sue riflessioni. Per dare una voce a chi sta lavorando in turni estenuanti per la salute di tutti, certo, ma anche per piantare un seme di speranza in questo momento disperato, proprio mentre si avvicina la Santa Pasqua.

“Durante le prime settimane, le più pesanti, mi è venuto da dire ‘Basta, è troppo” racconta. “Siamo stati travolti da una tragedia che ha proporzioni giganti, come una guerra, un terremoto. Viene anche da chiedersi perché? Perché ci sta succedendo questo? Ma poi penso al resto del mondo, la Siria per esempio, dove si muore sotto le bombe, o di fame, di freddo, e allora penso: a loro è successo, perché non doveva succedere a noi?”.
Questo non significa non avere paura: “Certo che ne ho, ne ho per me, per i miei figli, e loro ce l’hanno per me. Ma come Giobbe, non mi ribello, continuo a fidarmi. Non sono una fatalista, ma credo in un Dio che non è vendicativo, che ci ama. Dio è con noi”.

Eppure per ora sono giorni bui, difficili: “E’ una situazione gravissima e ancora troppi non se ne rendono conto e vanno in giro. C’è molto egoismo in questo. Tutte le persone dovrebbero vedere quello che accade negli ospedali, i reparti di Medicina generale trasformati in reparti covid, perfino le sale operatorie sgomberate per ospitare i malati, gli anziani pronati sui letti in pronto soccorso perché non c’è più posto. Siamo in guerra. Ai miei pazienti col casco, che li aiuta a respirare, dico sempre ‘Quello è il vostro elmetto’. Per tutti ho una carezza, una parola d’affetto, a tutti dico di tirare fuori il coraggio e combattere”.
Ma dove si trova la forza di tornare ogni giorno in ospedale e affrontare strazio e sofferenza? Lei non ha dubbi: “La mia professione, sono infermiera da 22 anni e ne sono orgogliosa. E il Signore. Come lo spazzino del libro Momo, che quando spazzava andava con ritmo costante, un passo, un respiro, una spazzata, altrettanto faccio io: un respiro, un’azione, una preghiera”.

Fra pochi giorni è Pasqua, in ospedale il tempo assume caratteristiche tutte sue, non basta mai o scorre lentissimo. E di Gesù risorto non se ne parla, non c’è modo, non c’è… tempo. Fuori è diverso. E Anna ci regala una riflessione stupenda: “La mia immagine di questa Pasqua è la chiesa durante la veglia di Pasqua, quando il fuoco nuovo fende il buio. Gesù è la nostra luce che entra nella navata”. Ora, non c’è dubbio, siamo al buio, “ma anche nei momenti peggiori, se alzi lo sguardo c’è il Signore in croce, non è seduto indifferente, è in croce”.

Quando la luce arriverà, quando questa guerra sarà finita, che mondo sarà? “Spero che saremo migliori, meno egoisti. Ma c’è ancora tanto bisogno di stimolare un senso di comunità, di solidarietà. Occorre far passare il messaggio che se resto a casa proteggo me ma soprattutto proteggo gli altri. Bisogna mettere al primo posto l’umanità”.


Leggi anche ⤵️

Condividi e unisci anche tu