Categorie
Testimonianze

“Per me Pasqua è ogni volta che un paziente guarisce”

“Anche in corsia, li amò sino alla fine”.
Il racconto di alcuni parrocchiani che lavorano in prima linea nel servizio di cura ai contagiati da Covid-19

Condividi e unisci anche tu

“Vorrei ringraziarvi per questa opportunità per tre motivi: perché mi permette di esternare i miei sentimenti, perché mi aiuta a sentirmi ancora più parte della comunità e perché mi sono fermata a riflettere”. Inizia così il racconto di Paola (il nome è di fantasia), una parrocchiana che lavora nel reparto di malattie infettive del San Raffaele di Turro che, in questi giorni, accoglie pazienti positivi al coronavirus. Paola è un’infermiera che da 17 anni non ha mai cambiato reparto: sempre quello di malattie infettive “e ora capisco il perché: questi anni mi sono serviti per allenarmi a questi giorni. In passato ci sono state malattie gravi come l’Aids ma questa ci ha colti di sorpresa. L’Italia deve far fronte a una malattia che colpisce a più livelli: psichico, spirituale, fisico ed è una situazione che ci ha catapultato a vivere in un altro mondo. Questa pandemia non risparmia nessuno”.

Mentre Paola racconta le immagini della situazione ospedaliera si fanno più nitide. “In reparto i pazienti hanno paura e ad aggravare questa emozione c’è anche l’isolamento che è drastico. Ogni giorno due cose mi danno la forza per poter lavorare: le mie competenze, che danno anche la forza ai pazienti i quali si sentono rassicurati, e la preghiera”. Questa malattia è poi doppiamente brutta sia dal punto di vista sanitario sia da quello umano: “Sì, è molto brutta perché i contagiati sono soli ma lo sono da tutti i punti di vista e privati di qualsiasi cosa a partire dal loro stesso pigiama. I malati sono privati dagli affetti e dagli oggetti personali, sono molto provati sia per la malattia sia per gli effetti collaterali delle cure e, come se questo non bastasse, vedono noi a malapena, solo negli occhi sentendo la nostra voce. Noi siamo completamente bardati dalle divise protettive. È una situazione assurda, drammatica, manca l’aspetto umano e anche in caso di morte si muore purtroppo da soli, senza neanche il conforto del sacramento”. E guardando al futuro, cosa pensa? “Quello che ci aspetta sarà un tempo molto lungo. Tutto dipenderà da quanto ci saremo lasciati scalfire da tutta questa sofferenza. Di sicuro dovremmo portare le mascherine per un po’ di tempo e questo ci renderà sospettosi, di sicuro ci porterà a una relazione umana diversa”.

Entrando poi nel merito della Quaresima la nostra sorella infermiera continua a raccontarci: “A me personalmente sono mancati i tempi di riflessione personale, per noi che facciamo questo lavoro viviamo le feste scandite da turni che viviamo con i malati. Per me Pasqua è ogni volta che un paziente guarisce, che torna a casa tra i suoi famigliari. Certo, è difficile credere davanti alla morte. Lì si fa solo silenzio e quando succede io mi chiedo se ho fatto tutto il possibile”. E qui anche noi tacciamo e dopo qualche minuto di silenzio Paola riprende: “Vede, per noi è frustrante vedere morire qualcuno perché è come se il nostro lavoro non fosse servito a nulla, ma questo è un rischio. Guai ad avere questo desiderio di onnipotenza. Al contrario entrare nel mondo sanitario significa mettersi al servizio della persona e, per quanto mi riguarda, la professione non la posso scindere dalla missione. Ho in mente le parole di Papa Francesco: la vita non serve se non si serve”.

Viene da sé quindi fare un accenno al Triduo: “Nel venerdì santo serve comprendere fino a che punto arriva l’amore di Dio e questo si può fare solo grazie allo Spirito Santo; il sabato è il giorno del grande silenzio che avvolge tutta la terra, come il silenzio che ho davanti a un malato che esala l’ultimo respiro e infine, nel giorno della Pasqua, della luce, mi chiedo come io possa essere luce. Di sicuro sono luce se mi rendo disponibile, se do gioia e lavoro con gioia”. La telefonata intensa ed emozionante volge al termine, ci stiamo quasi per salutare grate per aver condiviso un momento così profondo. E concludendo Paola mi dice: “Mi piace riportarle una citazione di San Paolo: Dio predispone opere buone perché io le possa fare”.


Leggi anche ⤵️

Condividi e unisci anche tu