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Covid-19

“Il mondo va servito da testimoni del Crocefisso risorto”

“Anche in corsia, li amò sino alla fine”.
Il racconto di alcuni parrocchiani che lavorano in prima linea nel servizio di cura ai contagiati da Covid-19

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Cari parrocchiani, lavoro dal 2013 come dipendente in una Pubblica Assistenza e fino ad allora come volontario dal lontano 1986. Mi occupo del trasporto extraospedaliero in convenzione con l’Agenzia Regionale Emergenza Urgenza dell’area Metropolitana (AREU). Il 118 per capirci meglio. Il mio ruolo si alterna in base ai turni come autista soccorritore nella conduzione del mezzo e nell’intervento sul posto, o come soccorritore Capo Servizio sulla gestione del soccorso e della presa in carico del paziente oltre alla consegna in pronto soccorso. Dal 1986 ad oggi, ho avuto la possibilità di seguire tutta l’evoluzione del soccorso in Lombardia. I soccorritori lombardi, hanno un corso di 120 ore per conseguire la qualifica di soccorritori certificati oltre che un esame di riqualifica ogni 4 anni. Non rientriamo nella categoria dei sanitari, ma dei tecnici soccorritori, una figura purtroppo normata in modo autonomo dalle regioni e non dallo stato centrale come le altre figure dei sanitari. Oltre a noi  che di solito lavoriamo nei giorni feriali, si alternano i volontari che coprono i turni serali, notturni e festivi. Quando i volontari non sono sufficienti i dipendenti coprono anche quei turni. Questo per inquadrare il mio lavoro.

In pochi giorni l’Italia, il mondo intero, è piombato in una situazione di dolore e caos come non si vedeva da tempo (almeno qui): si è chiesto perché? Se lo chiedono o glielo chiedono i suoi pazienti?

Ho sempre dato due tipi di risposte una razionale e scientifica, l’altra che riguarda la dimensione interiore. Quella razionale e scientifica riguarda la nascita di un virus del tutto sconosciuto in un rapporto sempre più stretto tra uomo e animale selvatico. L’uomo da una parte che tende ad occupare sempre più spazi, prima pienamente vissuti dagli animali e dalla natura e gli animali costretti ad avere sempre più contatti con la vita dell’uomo. Credo che 7 miliardi di persone comincino a stare stretti nel pianeta e sappiamo quanto non tutte le aree del pianeta siano vivibili per l’uomo. La dimensione interiore mi porta invece a pensare che l’uomo debba riacquistare “la dimensione contemplativa della vita” e considerare che siamo un tutt’uno tra anima e corpo. Se queste dimensioni hanno un equilibrio tra di loro anche le peggiori catastrofi vengono gestite meglio dal punto di vista personale, se invece queste dimensioni sono squilibrate sia in un senso che nell’altro, l’uomo cade nella totale depressione e nella paura di ciò che non si conosce. Chi avrà la dimensione dell’anima troppo esasperata avrà un distacco quasi totale dall’umanità e dai suoi bisogni, vivrà questa situazione in modo alienato, altri magari imputeranno gli avvenimenti negativi come un castigo divino. Coloro invece che avranno una dimensione corporale esasperata e squilibrata non riusciranno a trovare conforto e risposte nel materialismo e dovranno cercare capri espiatori per cercare di dare delle giustificazioni. La dimensione contemplativa cristiana crea equilibrio: “non di solo pane vive l’uomo” e poi nei Vangeli Gesù sfama una folla di 5000 persone. Questo non significa non aver paura o non preoccuparsi, ma significa rendersi conto comunque di essere amati da Dio. Purtroppo i miei pazienti in quei momenti non hanno nemmeno il fiato per parlare, si legge nei loro occhi la paura e l’angoscia… Il respiro è alito di vita e quando quello manca la sensazione di morte ti attanaglia, l’unica consolazione almeno visibile la trovano nell’ossigeno.

Cosa le dà la forza ogni giorno di dare il suo contributo alla lotta contro questa epidemia? Cosa dà la forza a chi si ritrova ricoverato?

Dico una cosa banale che può sembrare scontata, ma la forza, da cristiano, non posso altro che attingerla dalla Parola, dal Logos, che poi diventa preghiera e discernimento. Da sempre ogni mattina mi ripeto le parole del salmo 118 se ricordo bene il numero che è scritto anche sulla tomba del Cardinal Martini, grande maestro di fede per la mia generazione e non solo: “Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino”. Poi l’amore e la dedizione per la mia “comunità nazionale”, quella che molti chiamano Patria. In chi è ricoverato credo che la possa trovare nella preghiera se crede, negli affetti di chi a casa ti aspetta, o negli incoraggiamenti da parte dei sanitari che in quel momento diventano gli unici punti di riferimento per andare avanti. L’uomo è complesso e davanti alla possibilità della morte e della malattia riesce a trovare risorse mai considerate in tempi normali. Saranno poi forse quelle risorse, che ci aiuteranno a cambiare a diventare altro rispetto a prima.

Questa malattia è doppiamente brutta: lo è da un punto di vista sanitario, ma anche umano, perché ci rende soli. C’è addirittura chi muore solo, senza il conforto di chi si ama né di un funerale. Come si affronta tutto questo?

È vero, dal punto di vista umano è davvero devastante, è un tipo di morte che non lascia spazio a nessun tipo di pietas, in un attimo si mangia una vita e tutti i sentimenti e gli affetti in totale solitudine. Come si affronta tutto questo? È una bella domanda, dipende sempre da come si è “costruita la casa”, da che cammino ho alle mie spalle. La settimana scorsa, in una pausa in un ospedale della città, sono entrato nella cappella e c’era una bara. Accanto alla bara poche panche più in là, un sacco di plastica con gli effetti personali di quella salma. Sono scoppiato a piangere, di un pianto nervoso. Quella bara con il suo contenuto era destinata ad uno dei forni, senza nessun accompagnamento e i suoi cari, se ne avrà avuti, riceveranno quei pochi ed ultimi effetti personali di lui o di lei, se non verranno disintegrati prima. Dopo, a mente più serena, mi sono detto che non sono riuscito a vedere oltre quella morte, oltre quei legami e quegli affetti terreni distrutti apparentemente. Non ho saputo vedere oltre quel sepolcro e pensare che l’affetto e i legami di quell’uomo o di quella donna, avrebbero potuto rafforzarsi e purificarsi per la Misericordia di Dio ed essere eterni. Questo per dire, che anche noi cristiani, nonostante continuiamo a parlare di vita eterna, di beatitudini non riusciamo ancora ad incontrare il Risorto, a considerarlo la via, la verità e la vita. In questo senso, mi sembra di poter dire che sarà necessaria una nuova pedagogia della morte e dei tempi ultimi. Sarà compito delle nostre future pastorali lavorare su questa cosa.

Che mondo sarà quello post-coronavirus? Migliore, meno frenetico? O peggiore, tutti chiusi contro il resto del mondo?

Non so che mondo sarà. L’uomo è troppo complesso per poter fare dei pronostici. Anche solo per gli interessi economici in ballo e per la geopolitica fragile che abbiamo, oltre ad non avere una classe politica mondiale e un suffragio universale all’altezza. Viviamo nella società della comunicazione veloce e velocità significa anche superficialità, incapacità di fare analisi sul medio e sul lungo termine. La situazione potrebbe migliorare laddove si troverà un vaccino o comunque una terapia che ci permetterà  di convivere con il virus. Le misure di sicurezza non dovranno venire meno, soprattutto per quanto riguarda le frontiere, ma penso che non sarà necessario richiudersi su se stessi e suoi propri confini. Se ogni stato farà il proprio dovere, lontano da slogan politici inutili e da sovranismi beceri, arriveremo ad un pragmatismo di chi desidera solo ed esclusivamente il bene comune. Bisogna sicuramente considerarsi “umanità sulla stessa barca” e non singoli su tante barchette che rischiano di colare a picco. La politica dovrà smetterla di farsi dettare le leggi dall’economia e insieme collaborare per questa barca. Cominciare per esempio a pensare che 1/3 del mondo non può consumare tutte le risorse esistenti sarebbe già un passo avanti. Nel micro nella storia di ogni uomo e ogni donna, dovremmo uscire un pochino dalla nostra idolatria dei beni e dell’immagine. Abbiamo pensato che posseggo e quindi sono. Dovremmo pensare invece che amo e mi relaziono e quindi sono. Mai come in questo momento cosi difficile e incerto i nostri idoli sono crollati in un attimo e hanno lasciato il vuoto dentro di noi. In questo “il sale della terra”, cioè i cristiani, dovranno essere i primi a dare il buon esempio.

Per tutti è stata una quaresima e sarà una Pasqua diversa, diciamo più intima, chiusi come siamo nelle nostre case: è così anche in ospedale? Come si vive questo periodo così particolare per chi crede, in un luogo e in un momento in cui diventa forse più difficile credere?

Non nascondo che davanti alla sofferenza degli innocenti diventi difficile credere. Alla domanda di Dio “Adamo dove sei?” si contrappone la domanda dell’uomo “Dio dove sei?”. Forse però il problema sta proprio nel non essere riusciti a rispondere alla prima domanda, dopo il peccato che ha insudiciato il Paradiso Terrestre. Quel peccato che non ci permette di avere occhi e cuore per vedere Dio. 

Abbiamo rotto l’armonia del Paradiso Terrestre e non siamo capaci nemmeno più di intravvedere il Suo amore. Magari siamo anche ai piedi della croce nel venerdì Santo, ma tutto sommato ci verrebbe voglia di dire come tanti a quei piedi “Tu che dici di essere Figlio di Dio perché non scendi da quella croce?” Quella stessa tentazione del Diavolo nel deserto: “Buttati da quella rupe e una schiera di angeli verrà a salvarti”. Non siamo capaci di capire quella croce, di capire che Gesù è uscito da quel sepolcro che è risorto. Questo per dire che noi cristiani, più di altri, dovremmo credere nella vita eterna e che Gesù è il vivente, colui che cammina con noi nelle nostre storie, nelle nostre gioie come nei nostri dolori e che la morte fa parte di questo “pellegrinaggio sulla terra” (cit). È facile per me scrivere cosi in una situazione tutto sommato di salute, ma è un cammino che dobbiamo fare senza se e senza ma, altrimenti rimaniamo i cristiani della domenica e come ogni domenica indossiamo un bel vestito che alla sera abbiamo già riposto nell’armadio per tornare al lunedì con un Dio che è parallelo alla nostra quotidianità e che non riusciamo mai ad incontrare. Le nostre case sono piccole chiese, se le abbiamo vissute cosi anche prima, se siamo stati capaci di costruire veri rapporti di comunione di amore. Le comunità non si improvvisano, come non si improvvisano i rapporti quando sono veri e profondi. Auspico davvero che ognuno di noi lo abbia fatto in tempi non sospetti.

Nella lavanda dei piedi Gesù si mette al servizio dell’altro. Anche lei lo è. Guardando a questo, lei vive ogni giorno il giovedì santo… amare è servire! Alla luce di questo cosa pensa della celebrazione della lavanda dei piedi?

Non lo so se sono al servizio dell’altro, ci provo. Credo che ogni cristiano dovrebbe almeno provarci in virtù del Battesimo, mettendo a disposizione i propri talenti. Un certo modo integralista di intendere la fede, che io chiamo religiosismo, evoca la pseudodifesa dei valori cristiani e di conseguenza limita quel servizio, quasi come se decidessi io a chi lavare i piedi, giudicando chi è degno e chi no. Gesù lava i piedi ai suoi discepoli. In quei discepoli è rappresentata l’intera umanità, penso a Matteo che riscuoteva le gabelle (lavoro infimo per quel tempo), penso al rozzo Pietro che forse sapeva a malapena leggere e scrivere, penso a Giuda Iscariota che poi lo tradisce per 30 denari, una certa “biodiversità” del genere umano. Sulla croce poi perdona uno dei due ladroni, perché si pente. Qualcuno di quei “religiosisti” direbbe “troppo facile pentirsi vicino alla morte quando non c’è più nulla da perdere”: dicendo cosi mette pure in dubbio la capacità di Gesù di leggere nei cuori. Inutile trovare alibi, crediamo in un Dio che si è fatto servo dell’umanità: prima lo capiamo e prima torneremo ad essere sale della terra. Ciò non significa essere fessi, ma essere inviati come agnelli tra i lupi sì, e a volte sappiamo quanto i lupi banchettino con gli agnelli. Si torna sempre lì: che rapporto abbiamo con la morte, tanto da considerare che il nostro essere cristiani potrebbe portarci al martirio? Crediamo nella forza della Parola e quindi nella testimonianza di quei valori, o preferiamo la spada del discepolo che ha tagliato un orecchio al servitore del tempio? Il mondo per quanto agnostico, peccatore e quant’altro va servito perché in quel servizio che è testimonianza d’amore può convertirsi e salvarsi o anche no (non sappiamo cosa ha deciso il giovane ricco); le spade le lasciamo riposte nei foderi. Chi serve con amore non deve imporre nulla, è sufficiente che semini, ma la raccolta non è sempre garantita.

Il venerdì santo è il giorno della morte di Cristo, il giorno in cui sembra che Dio si sia dimenticato di Lui. Nel suo lavoro e a contatto con sofferenti come si può sentire la presenza di Dio quando arriva la morte? E cosa si porta lei, a casa, a fine giornata?

Il mio lavoro ha tante cose positive e tante negative come tutte le professioni. La quotidianità con il dolore e spesso con la morte non dico che sia una cosa positiva, ma sicuramente ti dà la visione della vita da un punto di vista diverso. Da molto tempo, non passa giorno che anche solo per qualche secondo non pensi alla morte, che non pensi e come potrebbe essere quell’ultimo momento del passaggio. Questo mi aiuta sicuramente a mettere da parte ogni tentazione di delirio di onnipotenza e a non perdere tempo nella ricerca del bene, nonostante la mia pigrizia. Molte volte davanti ad un corpo morto, magari dopo una rianimazione che non ha ottenuto il suo obiettivo (quasi sempre), quando i parenti ci chiedono di tenerlo a casa, inizialmente l’adrenalina e la lucidità che devo mantenere per poter lavorare con perizia, mi distacca dalla situazione. Poi magari quando sono più tranquillo o nel mio momento di preghiera davanti al Santissimo prego per quella situazione di sofferenza. A fine giornata a casa, cerco di non portare nulla, sono restio a parlare con i miei, ho bisogno di staccare, ma nel silenzio della preghiera, mi affiorano quei volti e quelle situazioni, quasi come se quella persona defunta o i parenti sofferenti mi chiedano di ricordarli al Dio Padre-Madre.

Arriviamo al sabato santo, il giorno della tenebra, del silenzio, del giorno in cui tutto tace, il giorno in cui Dio scende nella morte. A fine giornata, cosa porta lei a casa? 

È mia abitudine ormai, ogni sabato santo rileggere la lettera pastorale del 2000-2001 “La Madonna del Sabato Santo” del Cardinal Martini. Riporto qui una piccola parte che credo sia la risposta di quello che porto a casa io: “Contemplo Maria: è rimasta in silenzio ai piedi della croce nell’immenso dolore della morte del Figlio e resta nel silenzio dell’attesa senza perdere la fede nel Dio della vita, mentre il corpo del Crocifisso giace nel sepolcro (…) È la consolazione che viene dalla fede. Tu o Maria, nel sabato santo sei e rimani la “Virgo fidelis”, la Vergine credente, tu porti a compimento la spiritualità di Israele, nutrita di ascolto e di fiducia”. Sia ben chiaro, che lo porto a casa come proposito, il cammino è ancora lungo in questo senso, la fedeltà al Crocifisso Risorto non è un gioco e spesso si scontra con la nostra libertà.

La Pasqua è il giorno della rinascita, della luce. Ha mai pensato come lei può essere strumento di luce per gli altri?

Non so nemmeno se lo sono per me stesso. Battute a parte, la luce non posso certo essere io, con tutti miei limiti e le mie inadeguatezze, ma posso riflettere quella di Dio, un po’ come la luna riflette quella del sole, ecco sì come strumento. In virtù della Sua misericordia mi permette quotidianamente di camminare con Lui sulla via della santità. La mia unica responsabilità è quella di scegliere se camminare o no su quella via, se continuare a tenere la Sua mano nella mia o rendermi autosufficiente e poter pensare di camminare e decidere da solo della mia vita. Tutto sta nel rimanere in compagnia del Maestro anche dopo la Sua morte e la Sua risurrezione, in compagnia del Suo amore. A volte siamo tentati, di mollare il colpo, perché il nostro peccato ci ottenebra e anche una Risurrezione a quel punto potrebbe essere vana perché gioca il libero arbitrio. In quel caso è ancora Lui che fino alla fine bussa alla porta del nostro cuore, insiste nel salvarci e se solo c’è uno spiraglio minimo da parte nostra la “Sua misericordia diventa la Sua giustizia”, come dice un noto teologo. Auguro a tutta la mia comunità in cammino, ai suoi pastori, alle nostre famiglie che magari vivono dei lutti o delle sofferenze, ma anche a coloro che vivono magari la gioia di una nuova nascita di “non cercare tra i morti colui che è Risorto”. Egli è Vivente e in comunione con i nostri viventi della comunità celeste fanno il tifo per noi, ci assistono, ci seguono, ci danno le indicazioni del cammino santo, soffrono e gioiscono per noi, solo in virtù di un amore perfetto. Buona e Santa Pasqua a tutti.


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