Categorie
Condividere X Unire

Essere missionari ai tempi del Covid-19

A volte facciamo fatica a ricordare che la pandemia colpisce senza differenze tutti i popoli della Terra. Manteniamo uno sguardo attento ai problemi dei Paesi più poveri del mondo, raccogliendo le testimonianze dei missionari con cui siamo in contatto.

Condividi e unisci anche tu

La duplice passione, per il Regno e per i poveri

Padre Mauro Armanino, missionario in Niger, che è venuto lo scorso ottobre per una testimonianza in parrocchia, risponde ad alcune domande sulla situazione nel Paese africano.

Qual è la situazione attuale nel Paese e come viene vissuto questo periodo di pandemia nella missione?

Nel Paese gli effetti della contagione sono assai limitati. Alla data di ieri, con 5 nuovi casi si raggiunge il numero di 755 persone contaminate, 534 guarite e 47 decessi. Dalle ultime indagini risulta che le 8 regioni del paese sono toccate, in misure minori rispetto alla capitale Niamey, dall’epidemia. C’è da aggiungere che, in buona parte, la gente prende relativamente poco sul serio la pandemia e i motivi sono vari. Da un lato la contaminazione è ridotta, sono poco visibili i malati e, salvo casi particolari, anche i deceduti. Corrono poi voci, non del tutto infondate, che alcune persone siano state pagate per dire di avere contattato la malattia. C’è il sospetto del cosiddetto COVID-BUSINESS che consiste a dare cifre importanti di malati per ricevre aiuti più consistente dall’esterno. Ciò dimosta, una volta di più, la sostanziale sfiducia dei cittadini rispetto ai propri dirigenti. La vita è tutto sommato normale. A parte la chiusura di scuole, chiese e moschee, con l’aggiunta di un coprifuoco che va dalle 21 alle 5 di mattina, tutto appare secondo lo stile abituale di vivere. L’invito ai gesti ‘barriera’ è relativamente rispettato e si prega nelle moschee senza troppi problemi.

Quali sono le attività missionarie sospese e quale invece hanno potuto proseguire, seppur con difficoltà?

C’è da dire che la nostra Chiesa vive in emergenza dal 2015, quand una parte delle chiese sono state bruciate in seguito all’affare ‘Charlie Hebdo’, c’è poi stato il rapimento di padre Pierluigi nel 2018, il ferimento di un prete l’aano seguente e l’abbandono forzato di almeno due parrocchie più tardi. Dunque la crisi legata al terrorismo ‘Djhadista’ si innesta con quella legata alla pandemia che, a sua volta ha condotto alla sospensione delle celebrazioni pubbliche nelle chiese e di tutte le attività pastorali. Questo per comunità piccole, fragili e inserite in un ‘oceano’islamico è un tempo critico. Certo si fa quel che si può per mantenere i contatti, proporre contatti ‘whatsapp’, omelie informali e altre proposte simili ma nulla sostituisce l’incontro fisico, della domenica, vero ‘polmone’ per la fede delle nostre comunità. La nostra Chiesa è in sofferenza, non da oggi, come una pasqua perenne.

Quali sono le esigenze primarie della popolazione locale?

Da alcuni anni il Niger è all’ultimo posto nell’indice dello sviluppo umano stilato dalle Nazioni Unite. Oltre al problema del terrorismo c’è una difficoltà strutturale, legata al cambiamento climatico che coinvolge, ormai da anni, il Sahel. La siccità, l’incremento demografico, la gestione politica fallimentare, soprattutto di tipo estrattivo, la scarsa attenzione all’agricoltura e all’uso delle terre per il bestiame, sono fattori che creano uno stato di vulnerabiltà permanente nella popolazione rurale. Il ‘pan-umanitarismo’, inteso come una quasi dipendenza dal mondo umanitario per ogni tipo di progetto e quindi sulle priorità reali del paese, contribuisce a perpetuare la povertà, che, pena dirlo…arricchisce molti ( a parte i poveri, naturalmente!). C’è soprattutto bisogno di politici che siamo ‘legati’ al popolo e non ai propri interessi di clan o di partito.

In un paese a maggioranza di fede islamica, come si può annunciare il Vangelo?

Nell’unico modo che ci è stato tramandato: con la testimonianza e una duplice passione, per il Regno e per i poveri. Nessuna delle due esigenze citate va da sé anche perché le comunità cristiane nigerine sono molto ‘etero-dipendenti’, cioè composte soprattutto da cristiani e da clero, di origine straniera e quindi, in generale, con relativa scarsa o nulla ‘incarnazione’ nelle culture locali. Comunque la Chiesa che è nel Niger ha fin dall’inizio operato la scelta pastorale ‘della stuoia’, cioè di una Chiesa semplice, prossima della gente e senza veilleità di ‘proselitismo’. Anche per queste scelte è stata apprezzata e considerata molto al di là del numero dei cristiani, stimati a forse 50 mila in tutto il Paese che conta 20 milioni di abitanti. C’è da notare, in questi ultimi anni, come dappertutto nel Sahel, il peso crescente dei movimenti salafisti che hanno trovato buona eco anche grazie alla crisi socio-politica di cui sopra.

Un ricordo felice legato a p. Maccalli e un messaggio di speranza.

La certezza che è vivo, dopo il video che lo vede in relativa buona salute, datato il 24 marzo scorso e soprattutto la certezza che il suo passaggio pasquale è di una straordinaria e misteriosa fecondità evangelica per la Chiesa tutta.

Padre Mauro Armanino

La fiducia in Dio Padre amorevole

Suor Anna presta il suo servizio come suora infermiera nell’ospedale di Chaaria, nella regione del Meru (Meru, la città vicina più importante, conta circa 40.000 abitanti e dista dall’ospedale una ventina di chilometri). L’ospedale conta 120 posti letto ed è sempre pieno delle persone più povere della zona. In ospedale lei è l’unica religiosa, mentre tutto il resto del personale è locale.

L’ingresso dell’ospedale di Chaaria

Carissimi parrocchiani,
vi ringrazio per il ricordo e il costante interessamento per noi missionari al servizio dei più poveri nelle varie parti del mondo. Come non sentirmi vicina a voi che in questi mesi siete stati così provati dalla sofferenza: qui le notizie arrivano saltuariamente e, quando arrivano, sono già “superate” perché non abbiamo facilmente accesso a Internet, però sono venuta a conoscenza di quanto è accaduto e sta accadendo in Italia e nel mondo.

Anche qui in Kenya non siamo rimasti immuni: da oltre un mese sono stati denunciati alcuni casi (circa un centinaio) ma si tratta di numeri esigui e assolutamente non veritieri. A noi è vietato di far uscire notizie in merito ai contagi e alla situazione perché le informazioni “devono” passare unicamente dai canali governativi. In questi giorni pare che la pandemia stia dilagando a vista d’occhio.

Qui nella missione abbiamo subito preso delle misure di prevenzione, compatibili con le nostre possibilità, per tutelare pazienti e ospiti (persone con gravi disabilità) che formano parte integrante della nostra Casa. Tuttavia è molto difficile far loro comprendere certe misure, oltre al fatto che la struttura stessa non è pensata per mettere in atto isolamenti. A dimostrazione di quanto sia complicato mantenere il distanziamento allego una fotografia.

Un interno dell’ospedale di Chaaria

La gente del posto sembra non avere piena coscienza del problema, si vedono persone in 3, 4 su una moto e l’unica a indossare la mascherina è il conducente … Anche per questo il governo ha imposto il coprifuoco dalle 18 fino alle 5 del mattino in modo da dissuadere le persone a formare assembramenti. Il problema è che spesso arrivano in ospedale per farsi medicare persone picchiate dai militari stessi!

Non ci rimane che pregare Dio PADRE AMOREVOLE che ama e protegge i suoi figli.
Il Signore benedica tutti i parrocchiani di Turro che, in un certo senso, è anche la mia parrocchia.
Un affettuoso e cordiale saluto.

Suor Anna

Una missione di presenza nell’impotenza e nella compassione

Lampedusa, 5 maggio 2020

Carissimi,
ripenso al legame con la vostra parrocchia in cui ho vissuto una serata di dialogo, di ascolto, che mi resta nel cuore. Il soggetto era la vita in Algeria, questa piccola Chiesa che ama chiamarsi, e lo è: la Chiesa dell’incontro. Dopo aver camminato per decenni in questa Chiesa tra e con il popolo algerino, il mio cammino continua a Lampedusa, piccolissima isola italiana ma, geograficamente, più vicina all’Africa del nord, da dove si può arrivare con una barchetta o con quei famosi barconi carichi di persone che cercano una vita migliore, e che il mare spesso inghiottisce.

In questo tempo di coronavirus le cose sono diventate più difficili, soprattutto in questi ultimi giorni in cui quasi ogni giorno ci sono degli sbarchi. Con le precauzioni che voi ben conoscete, imposte dalla pandemia, come si può accogliere? Nel Centro di accoglienza esistente a Lampedusa, ci sono già da un mese un centinaio di ospiti ed è fatto per un minor numero di persone…

Ricevo ora un messaggio: sbarco autonomo, in questo momento di 72 provenienti dalla Libia. Ieri: arrivo di 43 persone al molo, due giorni fa 2 sbarchi, e potrei darvi la lista quotidiana. Dove mettere queste persone che arrivano sfinite, e che non capiscono niente di ciò che trovano? Anche in tempi normali arrivi numerosi sono difficili da assumere ed in questo tempo di pandemia i fattori che li rendono difficili si moltiplicano: controlli medici, necessità di quarantena e, soprattutto, mancanza di luoghi d’accoglienza. Vi trasmetto ciò che ha appena scritto il Parroco di Lampedusa: «I 78 migranti confinati per un giorno e una notte all’addiaccio sul molo militare dopo l’inferno libico e le peripezie in mare, quei 78 sopravissuti salvati dalle motovedette, potevano accontentarsi di una notte senza torture ma senza un tetto. Erano stati soccorsi ancora una volta, ancor stanotte, come se fosse imprevisto come se non fosse mai accaduto. Una settantina di esseri umani stanno passando la notte in quarantena sul molo. Continuiamo tutti a dire che Lampedusa non ha le strutture adatte in questa circostanza, ma nulla cambia. Chi può intervenire e non lo sta facendo è colpevole, come ci siamo ridotti? Quasi non ci facciamo caso, con esseri umani, nella civile Europa, trattati come sacchi della spazzatura».

Questo pomeriggio, dopo l’intesa tra don Carmelo e la prefettura di Agrigento, i 78 sono stati accompagnati nella “Casa della Fraternità”, locale della parrocchia, e nelle prossime ore verra deciso quando trasferirli in Sicilia.
A peggiorare le cose, il continuo ricatto libico, con una raffica di partenze, mentre il conflitto è ormai a un punto di non ritorno. Altri 78 migranti in queste ore sono a bordo del mercantile “Marina” in attesa di un porto.

Questi sono piccoli flash di ciò che sta succedendo ogni giorno. Ed io come vivo questa situazione? Vi devo confessare che sono straziata da questa situazione che non mi permette di essere vicine a queste persone neanche per offrir loro solo un timido benvenuto, nella loro lingua, con un bicchiere d’acqua. Mi fa pensare alla morte di tanti che in questi duri giorni muoiono senza una carezza dei loro cari. Ripenso a ciò che scrive don Franco Mosconi: «Dove é Dio al tempo del coronavirus? La vera domanda è quella di Dio che chiede ad Adamo: “Dove sei? Dove sei uomo?”. Al tempo del coronavirus viviamo in terra straniera, balbettiamo, ci sentiamo smarriti; a volte ci prende il panico».

Anche io con ciò che succede ogni giorno a Lampedusa mi ritrovo con questi sentimenti. E ripenso a ciò che scriveva un giorno Frère Charles, in un momento in cui sentiva la sua vita di estrema inutilità, solo, in un angolo del deserto del Sahara: «Quando si può soffrire ed amare è tutto ciò che possiamo fare». Amare fino in fondo, come ha fatto lui, come i monaci di Tibhirine, come tanti oggi, che stanno accanto agli ammalati a rischio della loro vita e tanti che lottano per accogliere lo straniero.

Che ci sia dato di restare qui anche senza poter soccorrere ma pregando ed amando. Cari amici, è così che si continua la mia missione di presenza nell’impotenza, nella compassione. Accompagnatemi con la vostra preghiera. Grazie.

Franca piccola sorella di Gesù

In giro col Santissimo

Antsiraraka (Madagascar), 29 aprile 2020

Carissimi, so che non è una pratica da seguire, la mia. Tuttavia spesso, da quando è scoppiata la pandemia e il virus è arrivato fino a qui, prendo il Santissimo e lo porto con me in giro per Antsiraraka … INSIEME A LUI, quasi a ricordargli che anche noi siamo della sua famiglia!

Passo accanto alle chiese “sorelle”: anglicani, riformati (mi fermo a pregare davanti alla grande croce a lato della loro chiesa) e luterani. In un’occasione, prima di Pasqua, una donna, vedendomi passare, è uscita in cortile per chiedermi se davvero ci saremmo trovati nella chiesa nuova a pregare! Purtroppo ho dovuto risponderle di no: i lavori ci avrebbero permesso di ultimarla in tempo utile per le celebrazioni pasquali, ma abbiamo ritenuto opportuno seguire anche qui gli ordini impartiti un po’ dappertutto circa i possibili rischi di contagio in luoghi affollati. I bambini nel frattempo sono usciti a frotte dalle capanne per “battere il cinque” (ci salutiamo così!), i più lontani mi chiamavano a squarciagola … Tra me e me Gli dicevo: “Signore, saranno orfani fra qualche tempo?”

Passando poi vicino a una capanna, mi sono sentito chiamare da una donna; mi sono fermato e lei, paralizzata, mi ha detto: “Fermati, preghiamo un po’”. Ha così estratto il Rosario, che avevo benedetto e distribuito agli adulti proprio la domenica precedente, invitandoli a tenerci uniti, tutti insieme, recitandolo quotidianamente. Abbiamo pregato insieme un paio di decine di Ave Maria e poi mi sono rimesso in strada, non dopo essermi sentito dire “Ritorna presto!”.

Anche qui, a causa della pandemia, viviamo il clima irreale di un villaggio che sta “aspettando il nemico”… Nemico che lo distruggerà. Quasi tutti, dopo gli annunci e gli allarmi, continuano il vivere di ogni giorno: le donne impegnate a cercare l’acqua e a occuparsi della casa (cibo e bambini), gli uomini a preoccuparsi di riso e risaie.
Del resto siamo rassegnati, visto che finora il Ministero della Sanità non ha fatto arrivare niente: non qualcuno che prepari la popolazione, non del materiale di disinfezione e ancor meno medicine. Non ci sono misure di isolamento, figurarsi decisioni sui funerali, dove parenti e conoscenti normalmente si “pressano” dentro la stanzetta del morto! Il vescovo mi ha confermato che le autorità sanitarie non hanno davvero predisposto nulla! Insomma, sembra ripetersi il detto di Gesù “… Come ai tempi di Noè, la gente era presa dal viver di ogni giorno”!

E così ci adeguiamo anche noi: abbiamo chiuso le scuole, rimandati a casa alunni e insegnanti e interrotto le costruzioni in corso (chiesa nel villaggio centrale e le scuole in alcuni villaggi). Il mio collaboratore Vincent e i suoi operai sono rientrati nelle loro famiglie nella capitale (a circa 700 chilometri da qui) con non poche difficoltà. E poi fino a quando? Ci saranno vittime anche fra di loro? Domande da far venire i brividi! Che fare durante questa “ibernazione forzata?
La vita qui nelle savane non è nemmeno concepibile dentro le capanne per giorni, settimane, ancor meno per mesi.

Una cosa è certa: se la pandemia arrivasse, si porterebbe via interi villaggi rapidamente! Mai come adesso si sente che siamo fragili, indifesi e abbandonati!
Sentiamo però che davvero siamo … nelle mani di Qualcuno! Non siamo soli fintantoché c’è Lui – il nostro Messia – che si accontenta di “visitare i suoi clandestinamente” in compagnia del suo missionario! Io continuo a affidare la mia gente a Lui e a Lui basta sentirsi dire “Signore, tu sai tutto: tu sai che ti amo”.

Vi abbraccio tutti!

Don Riccardo Simionato, missionario in madagascar

Imparare un nuovo stile di relazioni

Manila (Filippine), 17 aprile 2020

È oggi un mese che nelle Filippine è iniziata la quarantena obbligatoria (17 marzo). Per ordine del Presidente tutti i negozi sono stati chiusi (a parte alimentari, farmacie e banche) e i mezzi pubblici completamente sospesi (è stato organizzato solo il trasporto gratuito di medici e infermieri da vari punti della città agli ospedali che trattano i malati di Covid-19). Tutto si è bloccato! Anche chi avrebbe voluto continuare a lavorare non ha potuto farlo.

Cosa ovvia, date le circostanze, ma che qui pone un grosso problema considerando il fatto che vige la legge del “niente lavoro, niente paga” sia per chi si dedica a lavori informali (come la vendita di caramelle e sigarette ai semafori) sia per chi è regolarmente impiegato in grandi aziende o piccole imprese. Per alleviare un po’ le difficoltà, il governo ha promesso un piccolo aiuto economico per i dipendenti rimasti a casa (i datori di lavoro devono farne richiesta) e aiuti alimentari per ogni famiglia, a cominciare da quelle delle classi meno abbienti.

Purtroppo, come spesso succede, pare che questi aiuti tardino ad arrivare, il che ha già suscitato alcune proteste alle quali, purtroppo, il Presidente ha risposto con drastiche minacce (tanto inutili quanto fuori luogo!). Per fortuna, come sempre accade, organizzazioni cattoliche (come la Caritas) e non, e privati cittadini di buona volontà e disponibilità economica si sono dati da fare per sopperire alle carenze della pubblica amministrazione. Sono venuto a conoscenza di un paio di iniziative interessanti (anche se, sicuramente, ce ne sono molte altre!): i religiosi Maristi hanno messo a disposizione le loro scuole per accogliere le persone senza fissa dimora (che, pare, il governo non avesse considerato fra i necessitosi di aiuto!); mentre un gruppo di laici (legati ai Gesuiti) che avevano cominciato a portare da mangiare al personale di un ospedale, ora si trova a servirne quattro in più, con richieste anche da altri presidi in difficoltà…

Per quanto riguarda noi comboniani, pur con gli uffici chiusi, io e i confratelli della comunità continuiamo il servizio di pubblicazione della nostra rivista World Mission (www.worldmissionmagazine.com) anche se poi è impossibile spedirla agli abbonati (sia nelle Filippine che all’estero) perché le Poste sono chiuse. Nel frattempo, ci siamo divisi i compiti in modo da portare avanti i servizi essenziali che i nostri dipendenti (impossibilitati a venire al lavoro) non possono fare: cucina, lavanderia, pulizia ambienti, cura del giardino, eccetera. Nell’impossibilità di svolgere alcuna attività di ministero, tramite i social media facciamo il possibile per rimanere in contatto con amici, conoscenti e benefattori, trasmettendo “live” la celebrazione eucaristica del mattino (durante la quale preghiamo per le tutte le intenzioni che ci arrivano da varie parti) e facendoci vicini con qualche messaggio di consolazione e speranza per chi ne ha bisogno.

Questa quarantena, che originariamente doveva terminare lunedì, qui nelle Filippine è stata prolungata fino alla fine del mese. Già varie voci (governative e private), però, hanno cominciato a chiedere una revisione delle misure stringenti applicate finora (giustamente, direi, viste le tante “infrazioni” perpetrate dai circa 13 milioni di abitanti di Metro Manila) per dare la possibilità almeno ad una parte di persone di tornare al lavoro. Speriamo che i nostri governanti riescano a trovare la “formula” giusta per continuare a prevenire il contagio (ad oggi ci sono 5,660 casi confermati, con 362 decessi) permettendo un livello più “normale” di vita sociale ed economica del Paese. Certo è che questa esperienza dovrebbe aiutarci ad imparare un nuovo stile di relazioni tra noi, con Dio e anche con la natura: preghiamo che lo Spirito di Gesù Risorto ci dia la forza e il coraggio necessari per farlo!

Fratel Fabio Patt, missionario comboniano a Manila (Filippine)
Condividi e unisci anche tu