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«Siamo in vita!»
Storie di umanità da Lampedusa

Lampedusa, 26 febbraio 2020

Carissime piccole sorelle e carissimi amici, è da tanto che non scrivo, la scusa è che non avevamo internet a casa. Adesso non ho più questa scusa, ma scrivere mi viene difficile, eppure è importante per me comunicare con voi, piccole sorelle e con gli amici più vicini. Siamo a Lampedusa da tre mesi e cominciando a conoscere un po’ di più l’isola, la sua storia mi rivela un luogo dove tanti hanno messo piede per salvarsi.

Ho avuto questa sensazione molto forte al molo Favarolo, il molo militare, dove sono stata per la prima volta il 14 febbraio per accogliere circa 70 persone provenienti dalla Libia che la guardia costiera aveva avvistato e salvato. Erano pigiati in una piccola, fragile imbarcazione che, senza soccorso, avrebbe naufragato. Per la prima volta facevo parte del gruppetto di persone ammesse al molo a fianco di tanti militari di ogni ordine e grado. L’attesa è stata lunga, io ero emozionata, pregavo perché era in questa operazione che potevano succedere disastri. Per metter piede a terra ci è voluto tempo a causa dei controlli sanitari ed ecco che abbiamo potuto stringere quelle mani consunte, offrire un bicchiere d’acqua con un sorriso e un “benvenuto”. Quelli ai quali ho detto “Ahlan ua sahlan” mi hanno abbracciato forte, mi hanno chiamata mamma, erano una una decina di arabi, gli altri 60 erano bengalesi. Nonostante la fatica, la gioia di essere tutti salvi illuminava i visi, i loro e i nostri. Ero colpita dalle guardie costiere, stanchi anche loro, ma sereni per aver salvato delle vite umane. Provo ammirazione per questi uomini.

I nuovi arrivati sono stati portati al centro di accoglienza. Il giorno dopo hanno iniziato ad apparire in paese, il luogo di ritrovo era la piazza della chiesa, dove una delle cose che li interessava tanto era la password per il wi-fi per poter comunicare alle famiglie che erano in vita! Erano abbordabili ancora più degli altri delle settimane precedenti perché mi riconoscevano. Naturalmente con i giovani algerini la conversazione è stata più celere, ma anche con i bengalesi siamo riusciti a capirci.

E così un giorno dopo l’altro ascolto le loro storie. Cerco con Maurizio, un uomo della comunità parrocchiale semplice e buono che ama accoglierli e che procura loro pizzette e sigarette, come essere loro vicini. Adesso ho dei legami amicali e di collaborazione con la Mediterranean Hope, progetto della federazione delle chiese evangeliche per Lampedusa, dove possono trovare aiuto per collegarsi con i loro Paesi e avere le prime informazioni sui passi successivi per ottenere l’asilo, che non tutti otterranno… Ma tutto ciò inizierà dopo Lampedusa, che è semplicemente un luogo di passaggio, primo pezzo di terra ferma nella loro tappa dalla Libia a Lampedusa, che non è l’ultima della loro Odissea come tanti credono.

Un giorno dopo l’altro i legami si creano, ci ritroviamo nella piazza dove anche altre persone li salutano, naturalmente le mie sorelle Paola ed Ausilia che li consolano con le caramelle. Quando li ritrovo in piccoli gruppetti andiamo a bere un caffè al Bar dell’Amicizia, luogo che ci ha aiutato a parlare con Nureddin, Said e Mohamed, algerini nei quali ho ritrovato i miei figli e nipoti che ho lasciato in quella terra benedetta. Un giorno ci siamo collegati con le mamme e le nonne e mi hanno presentato come una loro nuova nonna, mi hanno inviato mille benedizioni!

Ieri sono andata al porto a salutarli, la nave li porta in Sicilia. Emozione e lacrime, soprattutto quando ho loro annunciato quante saranno le difficoltà da affrontare. Ma la loro risposta era sempre: ma siamo in vita! Questo che vi ho descritto succede con quasi tutti quelli che arrivano, tutti diversi e tutti della stessa umanità e col desiderio di una vita migliore, di vivere in un paese “normale” dice uno, dove non sarà battuto e disprezzato. Per me è bello essere qui, la bellezza dell’isola mi fa bene, l’accoglienza della gente per noi è splendida: ci aprono le porte e contano su di noi per visitare anziani e malati. E’ una vita di paese che permette la vicinanza e la conoscenza tra tutti. La parrocchia è fervente, io non arrivo a seguire tanti esercizi di pietà! C’è un santuario dedicato alla patrona dell’isola: la Madonna di Porto Salvo, piccolo santuario a bordo del mare tra rocce e grotte. Ce ne sono due che la tradizione dice che sono state abitate da eremiti, una da un cristiano, l’altra da un musulmano. Ci sarebbe tanto da cercare sulle relazioni islamo-cristiane qui vissute e che continuano a viversi. Scopro Lampedusa come un luogo che appartiene a mondi diversi, è piccola, si direbbe insignificante, cercatela nella carta geografica, lanciata verso l’Africa, a cui è più vicina dell’Italia, isola che è un simbolo, un messaggio di incontro, di fraternità.

Vi abbraccio forte, ringranziandovi della vostra vicinanza e del sostegno amicale, devo dirvi che mi sento privilegiata di essere qui.

piccola sorella Franca Littarru

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