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Dov’è Dio in una pandemia?

“Una risposta onesta è: non lo sappiamo. Ma anche coloro che non sono Cristiani possono trovare nella vita di Gesù una via per capire”. Condividiamo un articolo di James Martin, pubblicato sul New York Times il 22 marzo 2020.

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Questo articolo di James Martin è stato pubblicato sul New York Times il 22 marzo 2020. James Martin è un prete gesuita, scrittore, redattore della rivista America, consulente del Dicastero Vaticano per la Comunicazione e autore di “Jesus: A Pilgrimage.” (“Gesù: un pellegrinaggio” ndt). L’articolo originale si trova a questo indirizzo, qui di seguito offriamo una traduzione per tutta la comunità (a cura di Daniela Aldegheri)

La scorsa estate mi sono sottoposto a una radioterapia e tutte le volte che attraversavo la porta con la scritta “Radioterapia Oncologica” mi sembrava che il cuore mi si fermasse. Anche se non ero in serio pericolo di vita (il mio tumore era benigno ma certamente la radioterapia serve anche in questi casi) quotidianamente incontravo persone vicine alla morte.

Ogni giorno feriale per sei settimane chiamavo un taxi e dicevo, “Tra la 68ema e la York, per favore.” Arrivato a destinazione, ero solito fermarmi a pregare in una chiesa dei dintorni. Poi, recandomi a piedi al mio appuntamento in una zona piena di ospedali, superavo malati di cancro che avevano perso i capelli, stanchi uomini e donne anziani su sedie a rotelle spinte da assistenti sanitari domiciliari e quelli che erano appena riemersi da un intervento chirurgico. Tuttavia, sugli stessi marciapiedi c’erano anche medici indaffarati, infermiere sorridenti e specializzandi entusiasti, insieme a molte altre persone apparentemente in ottima salute. Un giorno mi balenò nella mente questo pensiero: Andiamo tutti tra la 68ema e la York, anche se gli orari dei nostri appuntamenti sono diversi.

Nel giro delle ultime settimane, milioni di persone hanno iniziato ad avere paura che il loro appuntamento a causa della pandemia del Covid-19 si stia avvicinando a una velocità impressionante. Il terrore puro di questa infezione che si sta espandendo rapidamente si accompagna allo shock quasi fisico dalla sua comparsa improvvisa. Da prete ho raccolto nell’ultimo mese una valanga di sentimenti: panico, paura, rabbia, tristezza, confusione e disperazione. Sempre più spesso mi sembra di vivere in un film dell’orrore, di quelli che istintivamente non guardo perché mi disturbano. Anche le persone più religiose mi chiedono: Perché sta succedendo tutto questo? e: Dov’è Dio?

Un credente che sta entrando in chiesa – Damon Winter/The New York Times

La domanda è fondamentalmente la stessa che ci si pone quando un uragano spazza via centinaia di vite umane o quando un singolo bambino muore di cancro. Si chiama il “problema della sofferenza”, “il mistero del male” o la “teodicea”, una questione che i santi e i teologi affrontano da millenni. La questione della sofferenza “naturale” (malattie o disastri naturali) differisce da quella del “male morale” (nella quale la sofferenza è la conseguenza delle azioni degli individui – pensiamo a Hitler o Stalin). Volendo lasciare da parte le distinzioni teologiche, la questione ora attanaglia la mente di milioni di credenti che tremano di fronte all’aumento costante del numero dei morti, che lottano contro le storie di medici costretti ad assegnare le priorità ai pazienti, e che barcollano davanti alle fotografie delle file di bare: Perché?

Nel corso dei secoli sono state numerose le risposte trovate alla sofferenza naturale, tutte in qualche modo un po’ poco convincenti. La più diffusa è che la sofferenza è una prova. La sofferenza mette alla prova la nostra fede e la rafforza. “Fratelli e sorelle, quando sarete sottoposti a ogni sorta di prova, consideratela pura letizia, poiché sapete che quando la vostra fede è messa alla prova essa si rafforza,” è scritto nella Lettera di Giacomo del Nuovo Testamento. Ma mentre la spiegazione della sofferenza in quanto prova può essere d’aiuto nelle situazioni minori (la pazienza messa alla prova da una persona insopportabile) non regge di fronte alle esperienze umane più dolorose. Dio manda il cancro a un bambino per “metterlo alla prova”? Certo i genitori del bambino potrebbero apprendere qualcosa sulla tenacia o sulla fede, ma questo approccio getterebbe su Dio una luce sinistra.

Allo stesso modo si applica l’argomentazione secondo la quale la sofferenza è una punizione per i peccati commessi, un approccio ancora molto diffuso tra alcuni credenti (che di solito dicono che Dio punisce le persone o i gruppi che loro stessi disapprovano). Al contrario Gesù stesso rifiuta questo approccio quando incontra un cieco nell’episodio narrato dal vangelo di Giovanni: “Maestro chi ha peccato, lui o i suoi genitori, poiché è nato cieco? Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori.” Questo è il rifiuto definitivo da parte di Gesù dell’immagine del Padre crudele. Nel Vangelo di Luca, Gesù risponde alla storia della torre di pietre caduta rovinosamente su una folla di persone: “Credete che fossero più colpevoli di tutti gli altri abitanti di Gerusalemme? No, vi dico.”

Santa Caterina da Siena è la patrona di coloro che assistono i malati – Damon Winter/The New York Times

La confusione generale dei credenti si sintetizza in ciò che viene chiamato il “trio inconciliabile”, che si riassume in: Dio è onnipotente, quindi Dio può eliminare la sofferenza. Tuttavia, Dio non elimina la sofferenza. Pertanto, Dio non è del tutto onnipotente o non del tutto amorevole.

In conclusione, la risposta più onesta alla domanda perché il virus Covid-19 stia uccidendo migliaia di persone, perché le malattie infettive devastino l’umanità e perché ci sia tanta sofferenza è: non lo sappiamo. Secondo me questa è la risposta più onesta e sensata. Qualcuno potrebbe anche dire che i virus fanno parte del mondo naturale e che in qualche modo contribuiscono alla vita, ma questa spiegazione è miseramente inadeguata per chi ha perso un amico o una persona amata. La domanda fondamentale per i credenti in tempi di sofferenza è: Potete credere in un Dio che non comprendete?

Se tuttavia il mistero della sofferenza è insondabile, dove può andare il credente in periodi come questi? Per i Cristiani, e forse anche per gli altri, la risposta è: Gesù.

I Cristiani credono che Gesù è totalmente divino e totalmente umano. Qualche volta però non prestano attenzione alla seconda parte. Gesù di Nazareth nacque in un mondo di malattia. Jodi Magness, esperta del primo giudaismo, nel suo libro “Stone and Dung, Oil and Spit,” (“Pietra e sterco, olio e sputo” ndt) sulla vita quotidiana nella Galilea del primo secolo, definisce il mondo in cui Gesù era vissuto “sudicio, puzzolente e malsano.” John Dominic Crossan e Jonathan L. Reed, studiosi del contesto storico di Gesù, riassumono queste condizioni in una frase cha fa riflettere, contenuta in “Excavating Jesus”: “Un’influenza, un brutto raffreddore o un ascesso a un dente potevano uccidere.” Questo era il mondo di Gesù.

Inoltre, durante il suo ministero pubblico, Gesù era continuamente alla ricerca dei malati. La maggior parte dei miracoli erano guarigioni da malattie o disabilità: condizioni della pelle debilitanti (sotto la voce di “lebbra”), epilessia, il “flusso emorragico” di una donna, una mano rattrappita, cecità, sordità, paralisi. In questi tempi spaventosi, i Cristiani possono trovare conforto nella consapevolezza che quando pregano Gesù, pregano qualcuno che li capisce non solo perché è divino e conosce tutte le cose, ma perché è umano e ha vissuto tutte le cose sulla sua pelle.

Anche quelli che non sono Cristiani possono vedere in Lui un modello di cura per i malati. Tenendo ben presente che quando ci si prende cura di qualcuno con il coronavirus, bisogna adottare le necessarie precauzioni per evitare che l’infezione si diffonda. Per Gesù però l’altro non era il malato o la persona in fin di vita, nemmeno qualcuno da biasimare, ma nostro fratello e nostra sorella. Quando Gesù vedeva qualcuno nel bisogno, il Vangelo ci dice che il suo cuore “era mosso a pietà”. Egli è il modello di come dobbiamo profondere le nostre cure durante la crisi: con il cuore mosso a pietà.

Ogni volta che pregavo nella chiesa tra la 68ema e la York, mi fermavo davanti alla statua di Gesù, le braccia protese in avanti, il cuore esposto. Una statua di gesso, niente di particolarmente artistico, ma per me era piena di significato. Non capisco perché la gente muore, ma posso seguire la persona che mi offre un cammino di vita.

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