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Editoriale

Natale nel segno degli affetti

Quando noi cristiani pensiamo al Natale, la prima immagine che ci si presenta alla mente è quella della natività di Gesù, una immagine che ci piace riprodurre nelle case con il presepe. Pensiamo poi alla intimità degli affetti, alla festa e alla gioia di condividere le relazioni più care.
Cosa pensano quelli che lo festeggiano ma non credono non serve parlarne. Tutti sappiamo bene che diventa occasione di festa superficiale. Ma vorrei approfondire uno degli aspetti del mistero di Dio che si fa uomo, perché può aiutarci a conoscere meglio noi stessi e a vivere relazioni più belle con gli altri.
Se Dio si fa uomo vuol dire che veramente ci ha fatti a sua immagine e somiglianza, vuol dire che la vita di un essere umano è veramente un mistero divino, che il corpo nostro è veramente qualcosa di incredibilmente grande se può contenere la presenza di Dio come è stato contenuto pienamente nel grembo di Maria, nel corpo del bambino Gesù, nel corpo crocifisso e nel Risorto.
Ma mi piace pensare anche un’altra cosa, soprattutto quando penso a Gesù infante e poi bambino. Immagino che Egli abbia voluto sperimentare dal vivo cosa sono i sentimenti vissuti dagli uomini. Dio ci ha creati con dei sentimenti che già l’Antico Testamento attribuisce a Dio quando si relaziona con il suo popolo: l’affetto, la tenerezza, il rimprovero, lo sdegno e l’ira, la compassione, la misericordia, il perdono la gioia … Non sto a citare i tantissimi passi dei profeti e dei salmi che raccontano tutto questo, ma tutti possiamo notare, quando ascoltiamo la Parola di Dio, come vengano raccontati questi sentimenti profondamente “umani” di Dio.
Perché dunque non pensare che abbia voluto sperimentare dal vivo anche Lui cosa è la dolcezza di una madre, cosa voglia dire essere portati in braccio, essere coccolati, ascoltare una nenia di mamma per addormentarsi, ricevere baci e carezze, essere sollevati dalle forti braccia di un padre, essere accompagnati da un genitore che ti tiene per mano …
Cosa vuol dire essere attorniati dal calore umano di una famiglia, ricevere un vestito nuovo, la sorpresa di un regalo, un dolce preparato per te … potremmo andare avanti a lungo a descrivere la bellezza umana e l’esperienza di crescita di una bambino! Dio conosce troppo bene queste cose e queste esigenze umane. Ci ha fatti così e le ha volute sperimentare come noi da due genitori meravigliosi come Maria e Giuseppe.
Una delle immagini più diffuse è l’icona della tenerezza, dove il Bambino e la Madre sono guancia a guancia, e ora si diffondono sempre più le immagini della Sacra Famiglia.
Ma un secondo aspetto di questo mistero mi piace sottolineare che è soprattutto valido anche per noi: l’importanza dei gesti di affetto!
Se è vero quanto ho detto, quanto valore devono avere i gesti di affetto per noi e tra noi credenti! Tanto in famiglia che nella comunità cristiana.
Una tradizione austera della vita cristiana, in passato, li esprimeva pochissimo e a fatica. Oggi vengono espressi più facilmente nell’educazione dei bambini e nelle relazioni tra adulti. Ma perché non valorizzarli, nell’ambito della comunità cristiana, come una ricchezza umana? Come un segno “sacramentale” di quell’amore fraterno che Dio vuole mettere nei nostri cuori!
Perché non manifestarsi i segni della fraternità, della gioia di incontrarsi, di lavorare insieme per il servizio del prossimo, come facevano i primi cristiani?
I pagani dicevano dei nostri primi fratelli: «Guarda come si amano!», e S. Paolo scriveva loro: «Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno» (Romani 12,10), «Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo» (Rm 16, 16; 1Cor 16,20; 2Cor 13,12; 1Ts 5,26 …). E anche S. Pietro scrive: «Siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili» (1Pt 3,8) e aggiungeva anche lui «Salutatevi l’un l’altro con un bacio d’amore fraterno» (1Pt 5,14).
Come può aiutare, questa visione di fede, a rendere più veri i nostri rapporti umani nella comunità: dove ci si comprende, ci si stima, si superano le inevitabili tensioni, ci si perdona di cuore.
Lo scambio di pace durante la liturgia può rimanere un rito freddo e formale, ma il segno liturgico che si prolunga in una relazione umana nella vita, diventa una “rivelazione”: i gesti e l’espressione di affetti sinceri manifestano come l’umano vuole essere animato dalla presenza dello Spirito divino che abita nei nostri cuori.

don Pino

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