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Riflessioni

Affrontare la vita con gli occhi della fede

La storia di una martire cristiana: il dramma nel riconoscere Gesù come Figlio di Dio

“Quando avrò l’onore di rivederla Messere?” dicevo tra me e me. Avevo appena intravisto Dario, il messaggero del campo, tanto bello quanto timido. Durante i lavori forzati o mentre me ne stavo rannicchiata in un angolo tra le sbarre del seminterrato, mi capitava di ammirarlo in tutta la sua bellezza. Agli ebrei poco importava se noi, prigionieri dissidenti, c’eravamo opposti in nome della religione e avevamo riconosciuto Gesù come Figlio di Dio, come tali dovevamo essere perseguiti.

“Nessuno può mettermi in catene”, dicevo, “perché per tenermi stretta non mi toglieranno tutto, mi lasciarono qualcosa che mi tenga in vita, un pezzo di pane ogni tanto, dell’acqua a ogni scandire del tempo.” Io, invece, mi tolgo tutto, mi privo di tutto, resto sanguinante e integra con una lama in mano: la mia fede.

Come donna, vorrei gioire delle mie fatiche, addormentarmi con qualche pensiero in più, comunque mio. Restare per ore indecisa sulla miglior scelta da fare, pur sempre mia. Esitare, andare avanti, vivere d’insicurezze e paure, lasciarmi trasportare, non dover né resistere né lottare. C’è un’incredibile bellezza nell’affrontare la vita con gli occhi della fede. Lasciarsi accompagnare da Gesù pian piano e accendere la propria luce in un mondo di tenebre. Se terrò per mano la mia fede, loro non prevarranno, io vincerò perché non mi sarò arresa.

Mi avevano catturato con la forza in una notte senza fine. Mentre dormivamo, una truppa di soldati giunse a piedi battenti e prese me e mia sorella. Dario era portatore di buone novelle nel campo, colui che portava speranze, il più atteso da tutti. Ogni tanto potevamo scrivere una lettera a un nostro caro e riceverne altrettante. I centurioni si divertivano a farci girare in tondo, a lasciarci sfiniti per il troppo lavoro. Ero una di quelle che aveva seguito Gesù tra le folle, una di quelle che, quando Gesù arrivava in città, chiedeva giorni prima i turni straordinari per ascoltare i suoi discorsi.

Ne ero rimasta colpita ed egli non smetteva mai di ripetere: “È la vostra fede, quella che portate nel cuore e che nessuno può strapparvi, che vi salverà.” Quando dissero che era stato crocifisso, io non credetti a loro.

Come poteva il figlio di Dio, il Messia, patire come noi uomini tanta sofferenza senza opporsi? Com’era possibile che fosse morto non tra ricchi mercanti ma tra due criminali come i ladroni? Com’era possibile che pure tra i suoi discepoli qualcuno lo rinnegasse e addirittura lo tradisse? Com’era possibile che io avessi seguito un uomo così?

Non me lo seppi spiegare finché venne la notizia della sua risurrezione. Era ritornato, qualcuno disse di averlo visto, e si sparse la voce. Lui aveva sconfitto la morte. Provai tanti culti prima di seguirlo: quello di Iside, di Dioniso, di Mitra. Mai morirei per loro. Lui è un Dio diverso come non se ne vedono in giro. Sono qui in questa cella e sento che Dio è con me nel dolore. So con certezza della mia morte. Ogni tanto, qualche guardia mi fa un cenno di sorriso, ma io non ricambio e tra me dico: “Perdonali Dio, non sanno quello che fanno!”. Vorrei che vi ricordaste di me. Sono Paola, nata ad Ankara e morta a Gerusalemme.

Sarah

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