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Santo del mese

Beato Giusto Takayama Ukon

Martire in una vita quotidiana vissuta al seguito di un nuovo Signore che l’ha affascinato.

Il 7 febbraio il cardinale Angelo Amato in rappresentanza di papa Francesco ha beatificato a Osaka, proprio davanti al Castello che ricorda i tempi in cui è vissuto, Giusto Takayama Ukon ricordandolo come: ”Infaticabile promotore dell’evangelizzazione del Giappone, autentico guerriero di Cristo, non con le armi di cui era esperto, ma con la parola e l’esempio”. È il primo candidato singolo agli altari originario del Giappone: questo Paese conta già quanta due Santi e trecento novantatré Beati, tutti martiri e uccisi in prevalenza durante il periodo Edo, ossia dal 1603 al 1867, ma tutti ricordati in gruppo. Chi è questo nobile giapponese che la Chiesa ci propone come martire, sebbene non sia stato ucciso? Takayama Ukon (secondo l’uso giapponese, il cognome viene prima del nome) nacque nel 1552 in una famiglia di daimyō, i nobili feudali giapponesi. Suo padre, Takayama Zusho apparteneva alla nobiltà militare coinvolta nelle varie guerre feudali tra daimyō e dal 1538 militò come samurai al servizio del nobile Matsunaga Hisashide diventando comandante del castello di Sawa. Era affascinato dalla predicazione di Francesco Saverio che nell’agosto 1549 sbarcò in Giappone portandovi il cristianesimo. Nel 1563, fu chiamato come giudice a esaminare il gesuita Gaspar Vilela, che quattro anni prima aveva fondato la prima missione cattolica a Kyoto, la sede imperiale. Le risposte del sacerdote e del suo catechista Lorenzo furono così ferme e certe tanto da convincere il samurai Zusho, non solo a riconosce la serietà e la bellezza della dottrina cristiana, ma di volerla vivere. Ricevette il Battesimo col nome di Dario, convinse gli altri due giudici a fare altrettanto e tornò al suo castello di Sawa portandosi il catechista Lorenzo perché presentasse la fede anche ai suoi familiari. Nel 1563 furono battezzati, oltre a molti soldati, la moglie del samurai e i sei figli tra i quali Ukon, il maggiore, col nome di Giusto. I Takayama erano una famiglia influente e la loro conversione permise ai missionari gesuiti e francescani di diffondere il Vangelo. Anche quando, a causa delle lotte feudali Dario dovette abbandonare Sawa per unirsi all’amico Wada Koremasa e al suo esercito, continuò a operare in modo da proteggere i missionari cattolici e la piccola comunità cristiana. Intanto, il figlio Giusto, ormai in età di prendere le armi, nel 1571 partecipò vittorioso a una battaglia importante. Tuttavia, alla morte di Wada Koremasa, i rapporti con il figlio di lui si guastano fino a terminare in un duello. Giusto vinse, uccise l’avversario ma fu ferito gravemente. Rimase a lungo tra la vita e la morte avendo il tempo per riconoscere di essersi fino allora poco curato della sua fede. Due anni dopo, come ricompensa per i loro servigi, i Takayama ricevettero il feudo di Takatsuki, nell’attuale prefettura di Osaka, del quale Giusto assunse il comando perché il padre era ormai anziano. Nel 1574 Giusto sposò una cristiana, Giusta, dalla quale ebbe tre figli maschi, due dei quali morti poco dopo la nascita, e una figlia. Governava da cristiano il suo feudo che diventò un importante centro missionario, dove catecumeni autoctoni potevano riunirsi ed essere formati da sacerdoti e religiosi (tra questi Paolo Miki di Osaka). Giusto stesso approfondiva la sua conoscenza del Vangelo e, ben presto, fu considerato dai cristiani esemplare nella fede. Intanto le guerre feudali continuavano: nel 1578 il daimyō Araki Murashige si ribellò contro Oda Nobunaga, il signore di Kyoto, e prese in pegno la sorella e il figlio di Giusto. Giusto si trovò allora davanti a una grave decisione: da un lato sapeva che suo padre voleva restare fedele all’impegno con il nobile, dall’altro il rivale, accampato di fronte al castello di Takatsuki, ne domandava la resa minacciando di mettere in pericolo i cristiani. Giusto pregò a lungo, poi decise di restituire i suoi diritti feudali al padre e si consegna inerme. Oda apprezzò tanto il suo gesto da confermarlo come signore del luogo, ma esiliò Dario nella provincia settentrionale di Echizen, dove l’anziano contribuì a diffondere il cristianesimo in nuove zone. Giusto, intanto, faceva carriera alle dipendenze di Oda Nobunaga, diventando uno dei suoi primi generali. Proseguì anche nell’aiuto ai cristiani: ottenne la costruzione della prima chiesa a Kyoto e di un seminario ad Azuchi. Intanto, a Takatsuki, il numero dei credenti aumentava di anno in anno anche col successore di Oda, sempre per la grande stima portata inizialmente anche dal nuovo shogun,  Toyotomi Hideyoshi, a Giusto. Molte furono le conversioni anche tra personalità di spicco e nel 1585 lo shogun lo ricompensò con un nuovo feudo, quello di Akashi, ove, anche lì, la popolazione poté così accostarsi al cristianesimo. Ma tanto successo, a un certo punto, non fu più ben visto dallo shogunato, il potere militare che governava e manteneva isolato il Giappone. Dal 1587 Toyotomi Hideyoshi non fu più favorevole ai cristiani: ordinò l’espulsione di tutti i missionari e degli stranieri in genere e fece pressione sui nobili perché ritornassero alla religione dei loro antenati. Toccò anche a Giusto quando, la notte del 24 luglio, fu convocato dallo shogun, che gli manifestò il suo dispiacere perché aveva convertito molti signori feudali. Gli ordinò di abbandonare la fede, pena l’esilio in Cina e l’esproprio dei beni. Giusto rifiutò dicendo che per nulla al mondo può pensare di rinnegare quel Dio che i missionari gli avevano insegnato a conoscere e amare.  Inizialmente fu penalizzato con la sola perdita dei beni.  Ormai povero, Giusto con la sua famiglia mendicava a lungo, finché fu ospitato sull’isola di Shodoshima da un amico. Conosciuto il suo nascondiglio, lo shogun, gli propose il reintegro nel suo incarico, ma ottenne un rifiuto. Giusto fu allora condotto prigioniero a Kanazawa, dove subì notevoli privazioni. Alla fine, gli fu assegnata una rendita annua, e forse perché lo shogun si era pentito, nel 1592 si fece una solenne cerimonia di riconciliazione. Non fu reintegrato come daimyō, ma riabilitato, poté muoversi liberamente nell’arcipelago giapponese così da contribuire nuovamente all’azione missionaria dei Gesuiti.

Tuttavia le persecuzioni ripresero feroci e, nel 1597, ventisei cattolici, sia stranieri sia autoctoni, furono crocifissi sulla collina di Nagasaki (tra questi Paolo Miki compagno e conterraneo di Giusto), e un nuovo editto bandì i cristiani dal Giappone. Le pressioni su Giusto furono molto forti perché l’abiura di un personaggio del suo rango sarebbe stata una vittoria per lo shogunato ma Giusto Ukon continuava a professarsi Cristiano. La povertà e gli stenti, in parte alleviati dagli amici aristocratici di un tempo, ne minavano intanto la salute. Infine, nel 1614, sotto lo shogunato di Tokugawa Ieyasu, fu emanato l’ordine definitivo di espulsione di tutti i missionari, e l’obbligo per i cristiani giapponesi di ritornare alle usanze dei loro avi. Giusto fu subito raggiunto dall’ordinanza. Gli amici gli suggerirono di compiere gli atti di abiura formale (calpestare le immagini sacre), ma lui rispondeva invariabilmente di essere consapevole di quale tesoro costituisca la religione cristiana per l’umano e quindi di non poteva accetta proposte di tal genere. Insieme ai suoi familiari, fu condotto sotto scorta a Nagasaki, dove erano radunati i missionari e i cristiani che non avevano abiurato. Trascorse qui sette mesi in attesa di morire martire ma, l’8 novembre 1614, fu invece espulso e imbarcato, insieme a un gruppo di circa trecento cristiani, su una giunca che fece vela verso le Filippine. Durante i quarantatré giorni di navigazione riuscì anche a confortare gli altri esiliati ammassati sulla piccola imbarcazione. Il 21 dicembre giunse a Manila, accolto trionfalmente dai gesuiti venuti dalla Spagna la cui Corona propose subito al samurai cattolico un intervento spagnolo per rovesciare lo shogun. Ma il regno di Cristo non è di questo mondo e Giusto si oppose al progetto.  Quarantaquattro giorni dopo lo sbarco, prostrato dagli stenti vissuti, fu colto da febbre molto alta. Certo di essere alla fine della vita, fece chiamare il suo direttore spirituale, padre Morejón, e ricevette gli ultimi sacramenti. Incoraggiò ancora quanti gli stavano intorno a perseverare nella fede e il samurai di Cristo morì ripetendo il nome di Gesù. Era la mezzanotte del 4 febbraio 1615. Fu seppellito nella capitale filippina con gli onori militari. Per i filippini, quello straniero, innocente ma braccato come un criminale che veniva da lontano per confermare i fratelli, fu una sorta di secondo evangelizzatore. Tempo dopo, in piazza Dilao a Manila, fu posta una sua statua, nella quale è rappresentato con gli abiti tipici del suo rango, ma alla katana, spada tradizionale giapponese, è sovrapposto il Crocifisso. La Chiesa cattolica giapponese lo ha sempre considerato un autentico testimone della fede e ha più volte cercato di avviare il suo processo di beatificazione. Il primo tentativo risale già a pochi anni dalla sua morte, per opera dei sacerdoti di Manila: tuttavia, la politica isolazionista giapponese del periodo Edo impedì la raccolta delle prove documentali. E’ solo nell’ottobre 2012, che monsignor Leone Jun Ikenaga, arcivescovo di Osaka e all’epoca presidente della Conferenza episcopale giapponese, ha potuto consegnare a papa Benedetto XVI una lettera per chiedere l’esame della causa. Nella “Positio”: Giusto figura come martire, perché la sua morte, anche se non violenta, è considerata conseguenza delle privazioni e dei maltrattamenti subiti in patria. Il 20 gennaio 2016, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui viene riconosciuto il suo martirio. E’ il martirio di una vita, di un cammino al seguito di Gesù, quel nuovo “Signore” al quale, una volta conosciuto, il santo samurai giurò fedeltà per sempre e in cambio di tutto. Giusto visse in Giappone in quel periodo, a cavallo del 1600, detto il secolo Cristiano del Giappone quando la fede Cristiana vi fiorì per la prima  volta e si diffuse rapidamente per la corrispondenza al cuore degli uomini di ogni latitudine e cultura dell’Annuncio del Regno, cioè che la vita ha un significato e che gli uomini sono amati a uno a uno da un Dio che, quale Padre, non li lascia soli. Per questo Giusto martire è modello “imitabile” di santità, perché ci mostra la strada percorribile da ogni cristiano che, rimanendo all’interno della sua realtà – anche quella di un samurai giapponese! – e del suo tempo, si immedesima con lo sguardo con cui è stato guardato da Cristo attraverso la sua Chiesa e a sua volta perdona i persecutori, accoglie, ama e fa vivere meglio quelli che incontra. Il prezzo è sempre la rinuncia a sé, il dono di sé, nell’esperienza di una grazia ricevuta che vale più della vita. Il cristianesimo oggi, come allora, si diffonde per l’”invidia” buona che suscitano uomini con una tale condotta di vita.

Paola          

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